Luigi Blanco, Chiara Tamanini, La storia attraversa i confini. Esperienze e prospettive didattiche, 2015
La Storia attraversa i confini

Luigi Blanco, Chiara Tamanini, La storia attraversa i confini. Esperienze e prospettive didattiche, 2015

“Esiste una specificità dell’insegnamento della storia nelle aree di confine? In che cosa consiste, in che modi si manifesta, quali problemi pone e quali risultati produce?” questi sono gli interrogativi che si sono posti Luigi Blanco e Chiara Tamanini, curatori del volume La storia attraversa i confini. Esperienze e prospettive didattiche (Carocci editore 2015) che raccoglie gli atti del convegno tenutosi a Trento il 23-24 novembre 2012 sul tema dell’insegnamento della storia nelle aree di confine italiane e europee. Si tratta per lo più di realtà caratterizzate da una prevalente multi etnicità e dal plurilinguismo, con un passato costellato da scontri etnici e dispute identitarie che avevano prodotto narrazioni storiche competitive e spesso contrastanti. L’iniziativa del convegno era nata dalle esperienze didattiche transfrontaliere e transnazionali promosse nel Trentino e dalla consapevolezza che le narrazioni storiche rigidamente nazionali e aderenti a quadri statali appaiono sempre più inadatte per l’insegnamento nelle regioni multietniche di frontiera come pure in una dimensione europea. Per cogliere meglio la sfida della didattica di confine gli organizzatori del convegno hanno voluto confrontarsi sia con altre esperienze europee, soprattutto quella franco tedesca e polacca e sia con pratiche extraeuropee (israeliano palestinese). Il panorama che ne consegue risulta assai interessante e problematico allo stesso tempo, non per l’impostazione del convegno e i propositi metodologici che si riflettono negli atti, ma per le carenze epistemologiche e la scarsezza di esperienze didattiche transfrontaliere in molte delle aree prese in considerazione e trattate nel volume. Spesso l’insegnamento della storia nelle aree di confine si ispira ai quadri interpretativi della storia nazionale, mancano manuali transfrontalieri e transnazionali, le forme di collaborazione tra insegnanti di regioni di confine limitrofe sono insufficienti se non del tutto assenti, e non soltanto tra stati confinanti, come ad esempio tra l’Italia e la Slovenia, ma anche tra le comunità nazionali presenti sullo stesso territorio.

Per questo motivo la scelta di adottare un manuale di storia locale comune negli istituti scolastici altoatesini e trentini di lingua italiana, tedesca e ladina, denota, non solo la volontà di denazionalizzare la storiografia regionale e superare i limiti delle grandi narrazioni nazionali e statali “che hanno dominato fino ai tempi recenti la costruzione e la trasmissione della storia e della memoria” (p. 23), ma anche l’impegno a perseguire una didattica della storia in una prospettiva europea e comparata. Secondo Luigi Blanco e Chiara Tamanini soltanto il rinnovamento della storia in una prospettiva europea e regionale può portare all’abbandono di letture fuorvianti e contrapposte, e promuovere una formazione storica capace di veicolare i valori della cittadinanza e della convivenza. Partendo “dalle aree marginali, dalle zone di frontiera, da quelle suture che lasciano ancora intravedere le profonde ferite e lacerazioni della storia europea, soprattutto novecentesca, si può rileggere la storia del nostro continente o, come è stato detto “rimisurare l’Europa” (p. 28), si possono porre secondo gli autori le basi per l’insegnamento della storia di società plurietniche e multiculturali.

Come punto di riferimento per una narrazione plurima e incrociata si propone il manuale franco tedesco edito nel 2008, nato dall’interesse di “disarmare una storia” strumentalizzata a fini nazionalistici e fornire uno strumento critico di conoscenza storica sia agli insegnanti che agli allievi delle due parti. Sulla sua lunga “genesi”, radicata nel dialogo franco tedesco iniziato negli anni ‘20 e ‘30 e ripreso negli anni ‘60, scrive Rainer Bendick che ricostruisce le principali tappe e il contesto dell’iniziativa editoriale approdata a una narrazione franco tedesca della storia europea.

Nella prima parte del libro dedicata ai confini tra storia, storiografia e didattica, Alessandro Cavalli riflette sull’arbitrarietà e l’artificiosità dei confini nonché sul loro mutamento nel tempo. Negli ultimi decenni il depotenziamento dei confini statali all’interno dell’Unione europea ha rimesso in azione le tendenze nazionalistiche, anche perché il loro abbattimento non aveva coinciso con il superamento dei traumi prodotti dalle violenze belliche e ideologiche. In Polonia, nonostante una ricca storiografia capace di affrontare i grandi nodi della storia novecentesca, come emerge dal contributo di Piotr Podemski, la didattica della storia subisce un notevole controllo politico rimanendo saldamente orientata sotto il profilo nazionale. I conflitti di memoria sono esplosi anche nelle realtà dei territori ex sovietici (Ucraina, Moldavia, Russia) trattate nel libro da Polina Verbytska che sottolinea come la storia nei paesi post-totalitari sia soggetta a un forte uso politico.

Come modulare quindi, si chiede Cavalli, l’insegnamento della storia nata per rafforzare l’identità nazionale e nel contempo educare dei buoni patrioti? Se il suo suggerimento rinvia a un moderato relativismo epistemologico, al rispetto delle memorie e delle sofferenze altrui, alla frequentazione dei luoghi memoriali più importanti in Europa, quello di Luigi Cajani, che ripercorre il passaggio dalla tradizione storiografica dall’illuminismo alla storia patriottica dell’Ottocento nazionalista ed eurocentrica per poi elencare i vari tentativi novecenteschi per superarla, avanza in seguito la proposta di un programma di storia dell’umanità capace di superare le angustie etnocentriche. Soltanto una storia liberata dalla sua funzione identitaria, riportata alla sua funzione scientifica e cognitiva, capace di rispettare le diverse scale spaziali, può fornire la conoscenza sia sulle grandi trasformazioni mondali e sia sul contesto regionale e locale in cui vivono gli studenti. Il contributo di Mauro Pitteri, che analizza i cambiamenti del confine tra la veneta Falcade e l’impero asburgico, documenta l’importanza di indagare il processo settecentesco della delimitazione dei territori dello Stato come anche il significato di retaggio dei confini amministrativi della fase finale dell’antico regime e dell’assolutismo riformatore. Nella seconda parte del volume dedicata a esperienze didattiche a confronto anche Mario Albrigoni e Alessandra Ferraresi presentano l’archivio dei documenti e il repertorio di esercizi creati per affrontare nell’insegnamento della storia nella scuola media inferiore, la questione dei rapporti confinari nel Settecento tra lo Stato milanese e lo Stato sabaudo nell’area del Principato di Pavia. Sul materiale elaborato in alcune unità didattiche, al fine di avvicinare gli studenti alla ricerca documentaria e di rivalutare la storia locale nonché le tematiche legate alla frontiera, scrive Maurizio Binaghi insegnante ticinese impegnato nelle file dell’Associazione ticinese degli insegnanti di storia nata nel 2003, che era inserita in un contesto di confine in quanto interessata a promuovere un ponte didattico tra Svizzera e Italia. Sperimentazioni didattiche di confine sono anche quelle promosse dall’Istituto provinciale per la ricerca, l’aggiornamento e la sperimentazione educativi realizzate in collaborazioni con l’Istituto pedagogico di lingua tedesca di Bolzano e il Tiroler Landesschulrat di Innsbruck, presentate da Walter Pichler, Irmgard Plattner, Natascia Rosmarini e Chiara Tamanini, che illustrano i metodi e prodotti della ricerca “Costruire storia/Geschichteschreiben” in cui si affronta il tema della valorizzare delle specificità dell’insegnamento della storia nelle aree di confine. Il principale obiettivo didattico era fornire un orizzonte comune europeo integrato a una prospettiva storica regionale e locale. Progetto ambizioso e difficile da realizzare, ma anche molto gradito dagli studenti.

Nel caso del Trentino e dell’Alto Adige l’insegnamento della storia è stato a lungo condizionato dai nazionalismi contrapposti rimanendo così ostaggio di una storiografia identitaria che ha impedito il dialogo interetnico e l’elaborazione di una sintesi storiografica di lungo periodo inclusiva in senso multietnico. Come in altre aree italiane anche in quella trentina e altoatesina la storia del Novecento è rimasta a lungo un tabu nell’insegnamento scolastico.  Tuttavia l’introduzione dello Statuto d’autonomia nel 1972 agevolò l’inserimento della storia locale nelle scuole tedesche nella provincia di Bolzano. Come mette in luce Giorgio Mezzalira, nel 1981 fu la giunta provinciale di Bolzano a incaricare due storici di fama, Umberto Corsini e Rudolf Lilla, a scrivere una sintesi condivisa sotto il profilo storiografico sui periodi più controversi della seconda metà dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, Sebbene l’operazione riuscì solo in parte - la pubblicazione uscì nel 1988 con due prefazioni distinte, una italiana e una tedesca – diede inizio ad altre iniziative storiografiche transnazionali. Negli anni ‘90 il Trentino, l’Alto Adige e il Tirolo austriaco promossero iniziative didattiche riguardanti la storia regionale e locale nel rispetto della multietnicità e del plurilinguismo nel territorio transfrontaliero. Le tappe principali di questi percorso storiografico e didattico, riassunte nel libro da Carlo Romeo, fanno vedere la differenza sostanziale tra la realtà altoatesina e quella valdostana e ancor più quella giuliana.

In Valle d’Aosta per decenni l’insegnamento della lingua francese nelle scuole della regione aveva facilitato l’uso di testi alternativi, inclusivi della storia valdostana. Si trattava di una narrazione valdostana che, secondo Marco Cauz, legittimava la specificità regionale fino agli anni ‘80 e che, oltre a promuovere l’interculturalità, permetteva soprattutto l’iperpoliticizzazione della storia locale. A un forte uso politico della storia del “confine orientale italiano” rimanda anche il contributo di Franco Cecotti che affronta il tema dell’insegnamento della storia del Novecento nel contesto adriatico e la necessità di un approccio didattico capace di affrontare la questione della mobilità dei confini nell’area alto adriatica e dei processi storici avvenuti in un territorio di frontiera, multietnico e plurilingue. Se l’uso didattico delle rappresentazioni cartografiche delle diverse delimitazioni statali nell’area alto adriatica risulta assai utile, nondimeno emerge come necessaria la contestualizzazione europea delle vicende storiche del “confine orientale italiano”. Definizione quest’ultima sempre più presente nella nomenclatura storiografica italiana il cui uso andrebbe senz’altro problematizzato in un contesto storiografico e didattico interessato a superare le forme di etnocentrismo e i pregiudizi prodotte dalle narrazioni nazionali.

Stefano Petrungaro si addentra nella questione dei confini nell’area balcanica dove, dopo le dispute territoriali e identitarie che hanno prodotto conflitti e guerre, tutto è confine, ma anche dove i confini sono estremamente porosi e allo stesso tempo poco studiati nei curricula didattici. Nonostante l’investimento di fondi europei in progetti didattici volti a produrre un clima di convivenza interetnica, l’insegnamento della storia rimane vincolato a una concezione nazionalistica, etnocentrica e xenofoba. Come è evidente nel caso macedone, i sistemi scolastici delle diverse comunità non interagiscono tra di loro e il territorio non viene studiato nella sua integrità. Per questo motivo risulta assai preziosa l’attività del Centro per la democrazia e la riconciliazione in Sud Est Europa (CDRSEE) con sede a Salonicco, da anni fautore di numerose iniziative didattiche impegnate nella formazione degli insegnanti e nella produzione di materiali sulla storia balcanica. Nonostante l’impegno del citato Centro nella promozione dell’approccio multiprospettico nello studio della storia nell’area balcanica, questa rimane una pratica perseguita ancora da pochi. Di multiprospettivismo inteso come confronto fra ottiche diverse, che stimolano gli allievi ad assumere prospettive diverse riguardo a eventi storici, tratta anche il contributo di Andrea Passannante che presenta l’impostazione didattica della sezione bilingue italo-tedesca della Staatliche Europa – Schule di Berlino e nello specifico l’insegnamento della storia praticato sia in italiano che in tedesco.

Nel panorama dei contributi didattici risulta tra i più significativi quello di Sami Adwan che mette in luce le esperienze didattiche israeliano palestinesi, nate nell’ambito di progetti promossi da PRIME, un’organizzazione non governativa costituita nel 1998 da ricercatori palestinesi e israeliani con l’aiuto del Peace Resarch Institute di Francoforte. L’obiettivo di una prima raccolta di interviste dei profughi palestinesi e degli immigrati ebrei in Palestina era stato quello di ottenere una doppia narrazione in arabo e israeliano da poter diffonderla nelle scuole israeliane e palestinesi. L’iniziativa non ottenne l’avallo delle massime autorità scolastiche, né israeliane né palestinesi, tuttavia proseguì nel tentativo di creare le basi per una futura narrazione congiunta.

In confronto la realtà del Friuli Venezia Giulia e delle vicine repubbliche di Slovenia e Croazia risulta assai lontana dai modelli di collaborazione transfrontaliere e dalle sperimentazioni didattiche transnazionali istituzionali, strutturate e continuative. Ne è la conferma il contributo di Roberto Spazzali che riassume i risultati dello studio comparativo promosso dall’Università popolare di Trieste nel biennio 2005-2006. Dalla ricerca emerge l’impostazione etnocentrica dei manuali di storia sloveni e croati assieme allo scarso interesse che i manuali italiani dedicano alle vicende del confine e della storia dell’area adriatica. Prevale la focalizzazione dell’analisi sul “confine orientale” italiano e quindi l’attenzione per le tematiche che risultano importanti dal punto di vista italiano.

Alessandro Cattunar, promotore di laboratori extracurricolari a Gorizia, racconta la sua esperienza nel trattare la storia di confine con gli studenti, le forme del loro coinvolgimento nella raccolta delle memorie e nell’elaborazione di una storia del Novecento giuliano inclusiva delle identità degli altri e scevra di pregiudizi etnocentrici. La sua risulta un’impostazione inserita nel contesto della media education e interconnessa con l’uso didattico di fonti documentarie orali e scritte, marginale però rispetto alle pratiche didattiche istituzionali.

Dal volume traspare che nonostante i singoli tentativi didattici transfrontalieri e transnazionali, la nazione continua a rimanere un’unità fondamentale di analisi per l’insegnamento della storia nei territori multietnici di frontiera, in piena coerenza con la master narrative tradizionale. Lo sforzo storiografico interessato a produrre genealogie nazionali di confine si è senz’altro attutito negli ultimi anni, ma non spento. In molti dei territori di confine presi in esame la storiografia e la didattica della storia continuano a inseguire le richieste dai soggetti politici e culturali interessati a attestare il primato nazionale su un territorio multietnico. Com’è noto, far coincidere i limiti della nazione con i limiti statali e l’uso della lingua con l’identità, è stato l’imperativo perseguito dalla metà dell’Ottocento in poi dalle storiografie europee nazionali. Questo libro ci fa capire l’importanza come pure le difficoltà che l’insegnamento della storia affronta quando tenta di abbandonare questo percorso.

Luigi Blanco, Chiara Tamanini, La storia attraversa i confini. Esperienze e prospettive didattiche, Rome, Carocci editore, 2015.

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