La psichiatria jugoslava nella Seconda Guerra Mondiale
Therapeutic Fascism

Ana Antic, Therapeutic Fascism. Experiencing the Violence of the Nazi New Order (2017)

Il libro scritto da Ana Antic è la rielaborazione di una lunga e approfondita ricerca che ha dato luogo alla dissertazione per il PhD presso la Columbia University nel 20121. Principale oggetto di ricerca è il materiale presente nelle cartelle cliniche dei maggiori ospedali psichiatrici jugoslavi, studiati in un arco temporale che va dalla fine delle Prima Guerra mondiale alla fine della Seconda Guerra mondiale.

I cinque capitoli nei quali il libro è suddiviso, preceduti da una densa introduzione e seguiti dalle conclusioni, si sviluppano attorno a due polarità: da un lato, lo studio delle cartelle cliniche e del modo di leggere un caso clinico psichiatrico in una prospettiva storica, dall’altro la vicenda storica e scientifica della psichiatria in Jugoslavia, nel periodo scelto e individuato come rilevante dal punto di vista storico e scientifico. Viene anche trattato il tema della presenza del pensiero e della pratica ispirata alla psicoanalisi, nel capitolo che ha dato il titolo all’intero volume, « Fascism and Psychoanalysis: “Re-educating” the Communists », nel quale vengono studiate le vicende dell’Institute for compulsory re-education of Youth (Zavod za prinudno vaspitanje omladine), fondato da Milovan Popovic durante gli anni del governo collaborazionista di Nedic e legato a Zbor, il Movimento nazionalista jugoslavo pro-tedesco, di matrice fascista e nazional-socialista. Infine, Antic affronta, sempre nella prospettiva della pratica psichiatrica, il tema delle nevrosi di guerra sviluppatesi tra i reduci dell’esercito di liberazione jugoslavo e delle ricadute delle discussioni cliniche ma anche ideologiche tra le diverse prospettive della psichiatria nel nuovo stato socialista. In questa occasione, mi limiterò a mettere in luce, sinteticamente, le questioni di fondo che hanno guidato la ricerca di Ana Antic.

La prima riguarda la violenza che i cittadini della Jugoslavia patirono ed agirono, a diversi livelli, durante la Seconda Guerra mondiale e durante la guerra civile che ne seguì e che, in quel paese, fece più vittime tra i civili di quante ne fecero gli eserciti delle potenze occupanti. I documenti delle istituzioni psichiatriche jugoslave, che per la maggior parte si riferiscono a persone a diverso titolo coinvolte dalle vicende belliche, in particolare persone provenienti dalle campagne o comunque persone povere ma già urbanizzate, con livelli di scolarizzazione molto bassi, soprattutto tra la popolazione femminile, tracciano un quadro della situazione generale di quel paese molto significativo. Come scrive l’autrice, « these case files provide a unique opportunity to write a history of the occupation, resistence, and revolution from below and explore how the war, the Holocoust, and the subsequent socialist revolution were seen through the eyes of patients » (p. 2). Si tratta in primo luogo di una lettura delle storie cliniche così come emergono dalle cartelle scritte dagli psichiatri ospedalieri e integrate a volte dal personale curante, lette, come vedremo, facendo riferimento alle metodologie della cosiddetta narrative medicine, che prende come riferimento la critica testuale letteraria per analizzare gli scambi verbali tra medici e pazienti e poterne valutare la pregnanza e la significatività in relazione ad una comprensione rinnovata del rapporto medico/paziente/malattia nel contesto di vita dei pazienti.

Un’altra questione importante concerne i cambiamenti di paradigma (questo è anche il titolo del secondo capitolo del libro, « Change of Paradigm », appunto) all’interno del sapere e delle pratiche psichiatriche provocati, secondo l’Autrice, dagli effetti traumatici degli accadimenti bellici che hanno costretto gli psichiatri, fino ad allora legati a una prospettiva organicista e degenerativa della malattia mentale, a prendere in considerazione l’impatto dei fattori esterni, ambientali:  le manifestazioni patologiche dei pazienti hanno cominciato ad apparire, in modo sempre più evidente, espressione dei traumi subiti e comunque della violenza estrema con la quale molti tra i pazienti erano stati in contatto. In questa prospettiva, secondo Antic, la storia della psichiatria – e non solo quella del suo paese – non può essere adeguatamente compresa se non alla luce dell’evoluzione del periodo bellico. Contemporaneamente e simmetricamente, la psichiatria viene considerata centrale nella comprensione della Seconda Guerra mondiale nell’Europa dell’Est, così come nei progetti sociali e politici del nuovo Stato jugoslavo, nato alla fine della guerra civile con la vittoria delle forze comuniste di Tito.

Per tutti coloro, a cominciare da me, che conoscevano poco o nulla della storia della psichiatria in Jugoslavia, questo libro permette di capire la sua centralità non solo tra le discipline mediche del tempo ma anche dal punto di vista dello Stato, in termini politici e soprattutto ideologici. Come Antic scrive, « Collaborationist politicians sought to use the profession to develop their own brand of reformatory, therapeutic fascism, while the Communist Party worked through the psychiatric concept of war trauma in order to come to terms with some of the more problematic implications of its own social revolution after 1945 » (p 3). Costretta a modificarsi a contatto con le condizioni esterne così estreme, la psichiatria, con il suo sapere teorico, e la sua pratica effettiva negli ospedali, assunse una funzione centrale di raccordo tra gli scontri ideologici che hanno scandito tutto il corso della guerra civile jugoslava. Il tentativo di leggere e spiegare le manifestazioni cliniche dei pazienti ricoverati negli ospedali psichiatrici come diretta espressione delle condizioni esterne caratterizzate da violenza, autoritarismo estremo, crudeltà, durezza è una strada imboccata e percorsa dalle aree più critiche della psichiatria sociale nella seconda metà del Novecento. Mi pare che la prospettiva di ricerca di Antic faccia proprie queste posizioni, pur riferendosi a un periodo storico ben delimitato, all’interno del quale la presenza di persone traumatizzate dagli eventi bellici fu di sicuro rilevante. Forse si potrebbe discutere se sia lecito pensare di poter individuare una causalità diretta tra un delirio in un paziente portatore di diagnosi di schizofrenia paranoide e una realtà politica caratterizzata da una condizione di oppressione e di inumanità. Mi sembra che comunque l’Autrice non cada in questa sorta di trappola, ma piuttosto cerchi di studiare le cartelle cliniche da lei scelte e selezionate negli archivi per mostrare « how such a violent encounter with word politics and domestic idelogical divisions affected both ordinary patients’ interpretation of and involvment in politics, and the psychiatrist re-thinking of standards of normality and pathology and of their own role in the country’s new political realities » (p. 4). La documentazione clinica, le cartelle e il materiale scritto dai pazienti vengono considerati dall’Autrice come documenti storici e non come testi clinici. Mentre gli accadimenti legati alla Prima Guerra e alla guerra del Vietnam hanno suscitato un grande interesse tra gli storici, il periodo scelto – la Seconda Guerra mondiale e l’immediato dopoguerra fino ai primi anni 1950, con riferimenti anche al periodo tra le due guerre per ciò che riguarda il dibattito interno alla psichiatria – sembra sia stato poco studiato dal punto di vista della storiografia della psichiatria di guerra. In effetti la bibliografia presa in considerazione è molto amplia per quanto riguarda le fonti archivistiche, civili e militari, i libri, i periodici scientifici e la stampa. Una presenza significativa riguarda in particolare la storiografia della psichiatria nei paesi dell’Est Europa.

Il discorso di Ana Antic si sviluppa intorno a tre questioni fondamentali : lo studio delle cartelle cliniche del periodo identificato ; la riflessione sul peso e le ricadute del cosiddetto cambiamento di paradigma, nella psichiatria di quel periodo; e lo studio storico di un’esperienza anomala, quella dell’Istituto di Milan Popovic, all’interno del quale, come vedremo, il fondatore stesso esplicitò il suo riferimento alla psicoanalisi e alla figura di Freud. Queste tre questioni definiscono un terreno di indagine certamente molto ricco e che andrebbe studiato e compreso a partire anche dalla conoscenza della storia politica della Jugoslavia , dei regimi collaborazionisti, della guerra civile e della presenza dei partigiani comunisti. Sul piano degli accadimenti storici è utile ricordare che il regime hitleriano decise di smembrare il regno di Jugoslavia: in particolare la Croazia fu dominata dal regime di Ante Palevic, la Serbia da quello di Nedic. Quest’ultimo, al quale nel libro si fa continuo riferimento, era in primo luogo un nazionalista serbo e il principale obbiettivo politico fu quello di ripopolare di serbi il territorio del nuovo Stato serbo. Il governo di « salvezza nazionale » agì con estrema violenza contro gli oppositori politici, contro i non serbi, fossero essi ebrei, zingari o anche cetnici. La Serbia divenne un territorio judenfrei nel 1942. A maggior ragione stupisce il riferimento all’opera e alla persona di Freud da parte di coloro che erano dei veri ideologi nazionalisti e filo-nazisti.

A questo punto vorrei concentrare la mia lettura sul 4° capitolo, che ispira il titolo dell’intero volume, « Fascism and Psychoanalysis. Re-educating the Communists », in cui Ana Antic ricostruisce la nascita, durante il regime collaborazionista di Nedic, di un Istituto di rieducazione specificamente rivolto ai giovani serbi, ragazzi e ragazze, comunisti, militanti o anche solo vicini al partito comunista, allora clandestino. La vicenda è, per un lettore ignaro, fonte di grande interesse e di sorpresa. L’Autrice mette in luce il fatto come la storiografia postbellica jugoslava l’abbia trattata con gli stessi parametri validi per i campi di concentramento messi in funzione dal regime collaborazionista di Nedic, e gestiti ufficialmente con il supporto, di fatto sotto la direzione della Gestapo (in particolare il campo di Banijca a Belgrado). Questo lavoro storiografico non ha mai preso sul serio « The Institute’s re-educational mission and its claim to be saving the Serbian youth’s lives by snatching them away from the claws of the German occupying authorities and giving them a new chance … » (p. 145). La posizione di Antic prende le mosse da qui e ha come obbiettivo quello di rivedere e rimettere in prospettiva storica la vicenda particolare dell’Istituto e del suo modo di operare durante gli anni in cui fu attivo, dal maggio 1942 fino alla sua smobilitazione nel mese di ottobre 1944, « nel mezzo del caos e della ritirata… » (p. 184), dopo che, negli ultimi mesi, l’Istituto e Popovic stesso avevano abbandonato i loro sistemi ri-educativi, trasformando l’Istituto in un vero e proprio campo di detenzione, in relazione al fallimento del progetto rieducativo originario e all’avanzare delle vittorie dell’esercito di liberazione jugoslavo.

Desidero fare un’osservazione critica preliminare: accostare, come fa l’Autrice nel titolo del capitolo 4, la psicoanalisi e il fascismo è una scelta discutibile, in quanto non si trattava di pratica psicoanalitica ma di un uso decisamente anomalo di alcuni presupposti teorici della teoria psicoanalitica. Di fatto l’esposizione storica e i riferimenti documentali trattano esclusivamente della storia dell’Istituto fondato da Milovan Popovic, con il sostegno del governo collaborazionista, fascista e nazionalista, del serbo Nadic e con il sostegno del Movimento Nazionalista Jugoslavo pro-tedesco (Zbor). Il libro illustra la figura del fondatore e le basi ideologiche del progetto rieducativo dei giovani serbi, rinchiusi, perché di ciò si trattava, in questo campo di rieducazione, sorto a Smederevska Palanka, nel luogo che prima ospitava dei prigionieri politici. Antic prende le distanze dalle affermazioni di Milan Borkovic, maggiore storico del collaborazionismo nella seconda Guerra Mondiale in Jugoslavia, che ammetteva la propria incapacità di capire perché vi fossero state famiglie che all’epoca cercavano di far accettare come « studenti » i propri figli all’Istituto, visto che esso era né più né meno che un campo di concentramento sotto il controllo della polizia serba e della Gestapo. Anche se studi più recenti (come quelli di Maja Nikolova e di Nenad J. Ristic) hanno aperto delle nuove prospettive in quello che l’Autrice definisce come « the historiographical dilemma about the Institute’s true character » (p. 147), secondo l’Autrice, nessuna ricerca ha affrontato l’importanza dei riferimenti alla psichiatria e alla psicoanalisi che furono parte integrante delle strategie « rieducative », al limite « terapeutiche », dell’Istituto. Gli « ospiti », gli « internati », difficile trovare la parola adatta per definirli, erano giovani a diversi gradi implicati con il « comunismo ». Il comunismo appunto, i suoi fondamenti teorici e le sue pratiche politiche, venivano considerati una « malattia » : ma una malattia curabile, questo è il punto, se venivano messe in atto delle strategie rieducative che mettevano al bando la violenza, la crudeltà, le minacce, ma si fondavano sulla possibilità di conquistare la fiducia di questi giovani serbi, attraverso un atteggiamento da parte degli insegnanti-rieducatori, che avrebbe dovuto farli diventare, agli occhi di questi giovani, delle figure genitoriali amabili e degne di stima e considerazione. Gli « internati » erano divisi in tre gruppi, a seconda della loro preparazione culturale, e ai tre diversi gruppi veniva proposto un ricco programma di insegnamento, « libere » discussioni, seminari, attività sportive e lavoro per la conduzione materiale dell’Istituto stesso. Lo stretto legame che si sarebbe sviluppato tra questi giovani e i loro insegnanti e Popovic stesso avrebbe fatto sì che essi abbandonassero i loro convincimenti, per ritornare ai valori tradizionali serbi, al patriarcato come forma sociale, al legame ristabilito con l’identità nazionale serba.

La storia dell’Istituto è perciò strettamente legata alle vicende del governo collaborazionista di Nedic e alla figura di Dimitrije Ljotic, suo maggiore ideologo. L’obbiettivo era quello di cercare di « save the Serbian nation from biological extinction » (p. 148) : i nazisti tedeschi, che occupavano la Serbia, avevano messo in atto una strategia di annientamento dei comunisti e di coloro che li appoggiavano; il peso dei comunisti era crescente tra la popolazione e i responsabili del governo collaborazionista volevano a tutti i costi trovare una via alternativa allo sterminio dei propri connazionali. L’Istituto fu pensato con questo obbiettivo: salvare le vite dei giovani serbi comunisti, ma rieducarli, in modo da indurli ad abbandonare le loro convinzioni ideologiche, fino all’adesione completa al progetto della Nuova Serbia all’interno di un’Europa hitlerizzata. Precetti razzisti, corporativismo, idealizzazione della società contadina patriarcale, eugenetica, anti-semitismo e anti-comunismo erano parte integrante della cornice ideologica messa in atto da Ljotic, Nedic e da tutti coloro che a livello governativo e nella società li appoggiavano. Milovan Popovic, ideatore e fondatore dell’Istituto, faceva parte dell’Università di Belgrado, nella facoltà umanistica come « doctoral candidate », con interessi in ambito pedagogico e psicologico e, contemporaneamente, era presidente della Lega anti-comunista di Belgrado, una organizzazione politica che collaborava con la sezione anti-comunista della Polizia di Belgrado. Nell’organizzazione dell’Istituto non furono mai coinvolti né medici né psicologi. Non sappiamo, e l’Autrice non ci aiuta su questo piano, quale fosse la cultura in ambito psicologico e pedagogico d Popovic né tanto meno sappiamo in che modo egli venne a contatto con il pensiero e l’opera di Freud. La citazione che Ana Antic inserisce nel suo capitolo proviene dall’ Archivio Militare Serbo :

« Popovic believed that his educational philosophy was centrally informed by the theory and practice of psychoanalysis. In a statement that revealed his understandign of Freud’s take on the concept of transference, Popovic explained that “it is necessary to establish between us and them a relationship full of closeness and trust. Freud could only use psychoanalysis to treat the ill if he succeded to develop in his patients true love, of sexual nature, toward himself. Only then did they open their souls to him and he could see their wounds. We must observe similar rules. The children must first believe in us, that we will defend and protect them like the closest of kin, and only the they can reveal their souls to us” » (p. 152).

Risulta assai sorprendente, alla mia lettura, che i riferimenti a Freud, alla psicoanalisi e al fenomeno del transfert da parte di questo pedagogo, l’ideologo della Nuova Serbia, fascista, collaborazionista, anticomunista vengano presi in modo acritico dall’Autrice che anzi vi riconosce la comprensione da parte di Popovic del fenomeno del transfert come lo intende la psicoanalisi. Non si tratta di questo ma piuttosto di un pervertimento, messo in atto da una personalità che andrebbe indagata più a fondo, e un fraintendimento di qualche concetto improntato a una conoscenza forse libresca ma non certo di una formazione psicoanalitica. Ci si domanda anche come Popovic ed altri siano venuti in contatto con l’opera di Freud e se ne siano detti seguaci visto che, nel Terzo Reich, Freud fu messo all’indice, in quanto autore ebreo e i suoi libri vennero pubblicamente bruciati. Il transfert, la possibilità di attribuire a delle figure estranee i connotati degli oggetti psichici, interni, che la psiche umana costituisce durante la sua crescita e che permangono attivi per tutto il corso della nostra vita, non viene attivamente ricercato e suscitato nel paziente da parte dell’analista. E’ la situazione della cura analitica stessa che rende possibile la sua messa in atto durante la cura. Questo fenomeno, certamente il più delicato da maneggiare, fu riconosciuto proprio in relazione alla presa di distanza definitiva della psicoanalisi rispetto alle pratiche suggestive ed ipnotiche. Il transfert poi, durante la cura, verrà utilizzato per essere alla fine risolto in un lavoro di appropriazione soggettiva della propria realtà psichica. Appropriazione soggettiva che è la posta in gioco della cura analitica e può darsi solo ed esclusivamente in contesti sociali e politici fondati sulla libertà e sulla democrazia. Che nel corso della vita, relativamente breve, della psicoanalisi siano esistite persone che, a diverso titolo, si sono volute richiamare ad essa, pervertendone in parte o totalmente i fondamenti, non è una novità. Richiamo perciò l’attenzione sul fatto che la presa in considerazione, in una ricerca storica, di un contatto tra un mondo ideologicamente connotato dal fascismo e dal nazismo e la psicoanalisi dovrebbe essere trattato con maggiore spirito critico.

Questa mia critica non intende sminuire la consistenza del lavoro di ricerca storica condotto dall’Autrice. Particolarmente interessante è la parte centrale del libro, in cui viene analizzato il nesso tra il cambiamento di paradigma della psichiatria del periodo bellico, costretta a prendere in considerazione la vita interiore dei pazienti, portatori degli effetti dei violenti traumi subiti o anche della violenza agita da loro stessi, e i progetti rieducativi che si basavano, come quello di Popovic, sul rifiuto della violenza e sulla possibilità di « agire » sulle menti degli studenti-internati per produrre dei cambiamenti dei convincimenti politici, che erano allo stesso tempo morali e ideologici. Lo stretto legame tra l’istituzione psichiatrica, il carcere e l’Istituto di rieducazione è pensato facendo anche riferimento alle ricerche di Foucault, in particolare a Sorvegliare e punire. L’approccio pedagogico di Popovic, sedicente freudiano aggiungo io, fu, una volta costituito il nuovo stato socialista jugoslavo, fonte di ispirazione per interventi rieducativi analoghi, riguardanti militanti filostalinisti jugoslavi che non avevano accettato la svolta di Tito, il quale si era distaccato dalla sfera di diretta influenza dell’URSS. La descrizione della vita nell’Istituto, la presa in considerazione delle testimonianze di ex allievi-internati, lo sguardo attento sull’anomalia e la paradossalità di quella situazione stimolano ulteriori approfondimenti sia del tema trattato sia della complessa vicenda politica di quello che nel 1948 divenne la nuova Jugoslavia socialista e la sua, rapida, collocazione, durante al Guerra Fredda, tra i cosiddetti paesi non allineati. Proprio la particolarità della collocazione politica della Jugoslavia durante l’epoca titina, secondo Antic, aperta agli scambi con l’Occidente anche a livello scientifico e nel nostro caso, psichiatrico e psicoanalitico, avrebbe creato le condizioni favorevoli per l’avvio di un vivace dibattito tra gli psichiatri e avrebbe di nuovo collocato la psichiatria in una posizione assai centrale nella riorganizzazione del nuovo Stato socialista.

Purtroppo, non mi posso inoltrare nelle approfondite descrizioni degli ultimi due capitoli del libro: sottolineo però che i problemi psichici dei reduci dell’esercito di liberazione jugoslavo, nell’immediato dopoguerra e nei primi anni 1950, furono assai rilevanti e che la diagnosi di « Partisan Hysteria », il modo di comprenderla e trattarla psichiatricamente, fu oggetto di forti diatribe tra gli psichiatri militari e coloro che operavano negli ospedali psichiatrici ma anche tra psichiatri più legati ai progetti del nuovo stato socialista ed altri più conservatori. Tuttavia, la questione di come la prospettiva psicoanalitica, forse potremmo chiamarla psicodinamica, intervenne in queste diatribe e nella formazione e nella pratica clinica di una nuova generazione di psichiatri, sarebbe un tema che meriterebbe ben altro spazio di approfondimento.

In conclusione il libro di Ana Antic è decisamente interessante, ricco di materiale archivistico e i analizza con grande attenzione sia le storie delle persone che, per i motivi più diversi, erano diventate dei pazienti psichiatrici, sia i tentativi degli psichiatri di imboccare strade nuove e di modificare il modo di comprendere i loro pazienti. L’aver messo a fuoco il paradosso che il cambiamento di paradigma della psichiatria sia sorto nel bel mezzo di una feroce guerra civile e non sia il frutto di nessuna scelta neutra e meditata, ma sia stata la risposta di molti psichiatri al contatto con la sofferenza dei pazienti e, direi, anche con la propria, è una scelta di prospettiva storica da considerare con molto rispetto. Forse i riferimenti alla psicoanalisi avrebbero necessitato di più conoscenza specifica; a volte difatti sembra che vi sia una sorta di sovrapposizione tra la presa in considerazione del peso dei fattori ambientali e traumatici da parte degli psichiatri, costretti ad abbandonare la prospettiva strettamente organicista, e la considerazione della realtà psichica, interna, dei pazienti. Di fatto si tratta proprio di due strade parallele, il peso della realtà esterna e quello della realtà interna, psichica. Quest’ultima, per poter essere presa in considerazione, necessita che il mondo esterno sia relativamente pacificato oppure che, per i pazienti traumatizzati da vicende belliche, sia passato un certo tempo perché quegli eventi abbiano potuto, in una qualche forma, diventare anche degli eventi psichici, e cioè siano stati, almeno minimamente elaborati.

Vorrei terminare citando una frase, densa e riassuntiva della prospettiva della ricerca di Ana Antic, nel capitolo conclusivo del suo libro:

“But it was not the socialist revolution that finally enabled psychiatry to drop its self-imposed chains and evolve into a profession more capable of fullfilling this larger national mission. In the course of the war it was the extreme right-wing, collaborationist regime of Nedic and Ljotic that developped, instituted, and funded a radically different conception of psychiatry and its social role: one that focused on the immensity of national trauma, proposed that psychological factors such as national defeat and humiliation were central for understanding even the most severe of pathologies, and rejected the rigid determinism of biological psychiatry, developing instead strategies for psychotherapy and for applying the “talking cure” » (p. 240).

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Ana Antic, Therapeutic Fascism. Experiencing the Violence of the Nazi New Order, Oxford University Press, 2017.

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