Ritorno al futuro Regno delle Due Sicilie
Emmanuel Gatti, Horizon. Gravure, morsure directe sur trame d’aquatinte, 5 ex., 230x130

Emmanuel Gatti, Horizon. Gravure, morsure directe sur trame d’aquatinte, 5 ex., 230x130

 All’indomani del voto del 4 marzo 2018 l’Italia si è svegliata divisa in due : il Nord ha premiato il centro‑destra, con un balzo in avanti della Lega di Matteo Salvini (ex Lega Nord) ; il Sud ha votato compatto il Movimento 5 Stelle (M5s) guidato da Luigi Di Maio. Per alcuni commentatori il successo elettorale del M5s ridisegna la mappa pre‑unitaria del Regno delle Due Sicilie1 . Appare anche, a ben vedere, una perfetta convergenza con la distribuzione geografica del voto alla Democrazia Cristiana nel 19922 , le ultime elezioni prima di “Mani Pulite”, l’inchiesta giudiziaria che determinò il collasso dei partiti politici tradizionali e la fine della prima Repubblica. Con accenti diversi, ma pur sempre con intento polemico, i commentatori mettono in relazione il successo del M5s con la proposta del “reddito di cittadinanza” che vedrebbe il Sud soggiacere alla seduzione dell’assistenzialismo, ancora una volta incapace di sviluppo autonomo. I dati del voto pentastellato sembrerebbero evocare quelle “forze della sedazione” che hanno mantenuto “il Mezzogiorno nel suo stato di minorità, compensando i meridionali con prebende e sussidi, della mancata inclusione nei circuiti della modernità”3 .

Se la mappa delle “due Italie” riapparsa dopo il 4 marzo non fosse altro che la “nostalgia” della Cassa per il Mezzogiorno – il sostegno economico straordinario attivato negli anni della prima repubblica per mettere fine all’annosa “Questione meridionale” – allora perché richiamare sulla scena politica del presente il passato Regno delle Due Sicilie4 ?

Mappa delle “due Italie”, Twitter@NapoliBorbonica, 6 marzo 2017

Mappa delle “due Italie”, Twitter@NapoliBorbonica, 6 marzo 2017.

Nel febbraio del 2017, un gruppo di politici eletti nelle circoscrizioni del Sud, in maggioranza del M5s, ha presentato una mozione per la “Istituzione della giornata della memoria delle vittime meridionali dell’Unità d’Italia”, al Senato, alla Camera e nei Consigli regionali del Sud. Per la prima volta l’istanza di una “memoria divisiva” tra Nord e Sud si impone a livello istituzionale ed irrompe nella sfera pubblica.

Questo articolo si concentra sulla costruzione della “postmemoria”5 del Regno delle Due Sicilie, esito della convergenza congiunturale di pratiche politiche e discorsive, in origine assai distanti, che hanno sovvertito la narrativa popolare patriottica sulla nascita dell’Italia, convertendola nel racconto della “conquista” e del “genocidio” dei meridionali.

La prima parte dell’articolo presenta una ricostruzione del contesto in cui la proposta del “Giorno della memoria” è stata concepita e assunta dai rappresentanti del M5s, già in forte ascesa nei sondaggi elettorali, soprattutto al Sud. La diffusione della notizia ha innescato una vera e propria “guerra di storia” che ha coinvolto intellettuali e storici schierati contro la mozione.

Per comprendere il tentativo di istituire un nuovo regime di memoria, è necessario tornare alle contestazioni del Risorgimento e del nation-building emerse nel 2011, anniversario dei 150 anni dell’Unificazione nazionale. In occasione della commemorazione, i media hanno acceso i riflettori sul crescente successo editoriale del revisionismo storico che ha divulgato la controstoria dei neoborbonici e dei neomeridionalisti, una variegata costellazione di movimenti – che definisco nell’insieme postmeridionalisti – impegnati a portare avanti la postmemoria del “genocidio dei meridionali”.

Sempre nella prima parte, proporrò una nota interpretativa sulla scelta di avvalermi della nozione di postmemoria. Partendo dalla constatazione che la categoria di “genocidio” applicata alla storia dell’Unificazione è una novità introdotta dal mercato editoriale per il Centocinquantenario, ritengo che la nozione sviluppata da Marianne Hirsch possa contribuire a spiegare come la costruzione mediata di un immaginario estetico del “genocidio dei meridionali” si sia trasformata nell’esperienza vissuta di una “comunità di memoria”.

Il termine postmeridionalismo intende segnalare la rottura con l’eredità del meridionalismo classico e, allo stesso tempo, le affinità discorsive con la svolta postcoloniale negli studi sul Sud Italia. Ancora più importante è il richiamo al posizionamento, esplicitamente rivendicato, di questi movimenti in uno spazio politico post‑ideologico – “né a destra né a sinistra ma a Sud” è lo slogan – con la conseguente tendenza a creare legami di solidarietà “etnica” che esaltano il nesso identità-località e con l’obiettivo di costruire alleanze tattiche trasversali per combattere contro un nemico comune : lo Stato italiano.

Il resoconto etnografico della celebrazione neoborbonica del “Giorno della memoria” nel 2017 a Gaeta – l’ultima roccaforte dei Borbone prima della resa all’esercito piemontese – fa intravedere lo sforzo di stringere un’alleanza politica con il M5s sulla base delle rivendicazioni territoriali e identitarie. In effetti, i pentastellati sono solo gli emissari degli “imprenditori della memoria”, quei leader postmeridonalisti che hanno mobilitato il passato del perduto Regno delle Due Sicilie per lottare in nome del riscatto del Sud. La sintesi dell’esito diversificato dei passaggi istituzionali della proposta rivela la debolezza politica del “progetto memoriale”, mentre l’accesso dibattito con gli “storici accademici” evidenzia la forza pervasiva dell’uso del “macro frame6 discorsivo “anti establishment”, in diretta connessione con lo stile di comunicazione neopopulista. L’attacco contro l’autorità della “casta accademica”, non diversamente da quanto accade contro gli esperti di qualsiasi campo della conoscenza, costituisce una comune strategia di mobilitazione sociale per i movimenti neo-populisti, oggi in forte ascesa.

La parte finale di questo contributo offre uno sguardo dall’interno della comunità mediatizzata dell’attivismo postmeridionalista, basata sulla ricerca etnografica. Da settembre 2012 a marzo 2014 ho condotto un’osservazione partecipante all’interno del gruppo Facebook “No Lombroso”, la rete social della protesta contro il nuovo allestimento del Museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso”, inaugurato a Torino nel novembre 20097 . Il controverso scienziato rappresenta nella vulgata storiografica il principale teorico dell’inferiorità razziale dei meridionali8 . Come nell’Italia postunitaria i briganti del Sud avevano “offerto” le prove antropologiche del “criminale nato”9 , nell’imminenza del 150° anniversario dell’Unificazione il nuovo allestimento del Museo dedicato a Lombroso offriva il palcoscenico ideale per riattualizzare la memoria dei “non più briganti” bensì “patrioti e martiri” caduti in difesa del Regno delle Due Sicilie10 . La collezione di resti umani del Museo è stata rappresentata come “a fossa comune dei briganti meridionali”11 : la prova materiale del “genocidio” perpetrato dai piemontesi durante “la conquista del Sud”. Non sorprende che i leader della battaglia istituzionale per il “Giorno della memoria” siano gli stessi che si battono da anni per la repatriation e la degna sepoltura di tutti i resti umani del Museo nel cimitero delle Fontanelle a Napoli, la capitale del Regno delle Due Sicilie12 .

Fin dal 2010, la mobilitazione su internet contro il Museo torinese ha giocato un ruolo decisivo nel creare uno spazio sociale di comunicazione, all’interno del quale la rappresentazione quotidiana della memoria del “genocidio dei meridionali” produce l’esperienza emotiva condivisa del lutto e contribuisce a trasformare la relazione tra i partecipanti in un legame affettivo di appartenenza.

L’intensità del coinvolgimento durante la ricerca online mi ha convinta a mutuare il concetto di communitas dall’analisi del processo rituale di Victor Turner13 . Quando faccio riferimento alla “web communitas”, intendo quel legame emozionale di fratellanza/sorellanza, quel sentimento di vicinanza che nasce con la rivelazione di essere vittime accomunate dalla violenza subita, nonostante la mancanza di una relazione faccia a faccia.

Quando ho avviato la mia ricerca sul campo online, il M5S – che avrebbe riscosso il primo successo elettorale alle politiche del 2013 – godeva già di un notevole consenso all’interno della rete “No Lombroso”. Seguendo le peregrinazioni digitali dei miei Facebook‑amici, ho scoperto che il Blog delle stelle di Beppe Grillo14 aveva dato visibilità e sostegno alla marcia di protesta, tenutasi a Torino l’8 maggio 2010, contro il Museo e contro le imminenti celebrazioni dell’Unità d’Italia15 .

Centocinquanta

Confine di Stato, www.traditio.it, foto archivio 2015
Io non festeggio i miei carnefici, foto Facebook/gp@Fratelli Meridionali Uniti
Variazioni iconografiche del “genocidio dei meridionali” : Fenestrelle come Auschwitz, foto Facebook/gp@o.Briganti.o

- Confine di Stato, www.traditio.it, foto archivio 2015.

Io non festeggio i miei carnefici, foto Facebook/gp@Fratelli Meridionali Uniti.

- Non sono Italiano, foto facebook@giuseppeserino.

 

L’appuntamento del 2011 ha rivelato l’esistenza, a lungo sottovalutata, di una controstoria del Risorgimento e dell’Unificazione – dalla parte del Sud – che si presentava “come un agglomerato discorsivo vitale e tutt’altro che incline alla resa”16 . I primi sintomi del tentativo di esasperare le divisioni interne risalgono all’ascesa della Lega Nord negli anni Novanta, grazie anche alla campagna diffamatoria contro il Sud e la minaccia del secessionismo17  : la storia travagliata dell’identità nazionale italiana diventava la risorsa simbolica per convocare il passato sul fronte del conflitto politico del presente tra Nord e Sud18 . Nell’attesa del grande evento del 150° anniversario, la sequenza delle celebrazioni dei bicentenari – la Rivoluzione napoletana (1999), la nascita di Garibaldi (2007) – hanno fornito ai leghisti, ai neoborbonici e ai tradizionalisti cattolici le “ancore cronologiche”19 per disfare la storia del Risorgimento20 .

Il marketing editoriale delle celebrazioni ha costruito la sua fortuna sulle rovine della retorica unitaria e ha promosso il successo di una classe di “nuovi intermediari culturali”, “scrittori-giornalisti e giornalisti-scrittori”21  che hanno conquistato l’autorità ermeneutica sulla “vera storia” del Sud e dell’unificazione italiana22 . Il nuovo canone narrativo che si rivolge a un vasto pubblico popolare ha la forza persuasiva del mito : l’Unificazione è stata solo una maschera per la “guerra di conquista” ai danni del Regno delle Due Sicilie, con il conseguente “genocidio delle popolazioni”, la distruzione di un’economia fiorente e la nascita della famigerata Questione meridionale.

Le memorie dei vinti – che erano state consegnate agli archivi, agli storici professionisti o a sporadiche rievocazioni letterarie e cinematografiche23 – sono state rielaborate e arricchite nello stile narrativo del “testimone oculare” in modo da convocare sul palcoscenico della memoria la presenza del testimone, la vittima del “silenzio colpevole” degli storici.

Il motivo narrativo della “storia nascosta” e dell’“archivio proibito” è strettamente legato alla pretesa della “rivelazione della verità”, nonostante nulla potrebbe essere più lontano dalla verità, come sottolinea John Davis ricordando che “il volume, l’originalità e il respiro degli studi accademici dedicati alla storia del Sud, prima e immediatamente dopo l’Unificazione, nelle ultime quattro decadi è impressionante e senza precedenti”24 . Muovendosi attraverso la “sfera pubblica in rete”25 costituita dalla varietà dei media – dai social media all’infotainment delle televisioni nazionali e locali – i giornalisti-scrittori hanno assunto il ruolo chiave di disvelatori delle conoscenze segrete al popolo ingannato, vittima della cospirazione dei potenti nemici del Sud.

L’autore più influente di questa tendenza è Pino Aprile, giornalista di lunga data, ex collaboratore e direttore di rotocalchi popolari come Oggi e Gente dell’editore Edilio Rusconi26 . Il giornalista pugliese di Gioia del Colle è l’icona del meridionalismo televisivo, con una presenza vivace sui social media e sempre più spesso l’ospite d’onore dei raduni neoborbonici in memoria dei caduti del regno.

Nella competizione di mercato del revisionismo antirisorgimentale, Terroni27 è stato uno straordinario successo editoriale (250 000 copie vendute solo nel primo anno), sostenuto anche dal passaparola sui social. Ancora una volta Beppe Grillo e il blog del M5S sono stati i primi a lanciare sul web l’intervista all’autore che rivelava la cifra di “un milione di vittime meridionali dell’Unificazione”28 .

La frase incipit di Terroni : “Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma molte volte, per anni”29 è divenuta un manifesto politico della lotta per la rivelazione della “verità nascosta” e la liberazione dei meridionali dalle tenebre della menzogna. Dall’accostamento piemontesi-nazisti deriva l’idea del “genocidio” del popolo meridionale. Non è stato Aprile il primo a utilizzare questa comparazione : gli “invasori piemontesi-nazisti” è la “segnatura” dell’opera militante, La Conquista del Sud30 , pubblicata nel 1972 da Carlo Alianello, autentico passeur culturel della memoria dei vinti. Noto scrittore di romanzi storici nel secondo dopoguerra, aveva debuttato nel 1943 con L’Alfiere31 , ambientato durante la guerra di annessione del Regno delle Due Sicilie. Il tema della lealtà del soldato borbonico al Re e alla patria domina il romanzo. La biografia dell’autore disponibile sul sito del movimento neoborbonico descrive L’Alfiere come il romanzo d’elezione dei soldati italiani che rimasero leali a Mussolini nella Repubblica di Salò32 . Nel 1956, in collaborazione con il regista Anton Giulio Majano, lo scrittore ha partecipato all’adattamento televisivo de L’Alfiere, uno dei primi sceneggiati della TV italiana33 . La trasposizione televisiva delle opere letterarie di Alianello ha raggiunto il grande pubblico, contribuendo a rendere popolare la visione dei vinti del Risorgimento e a riportare in vita la memoria culturale del brigantaggio postunitario. L’analogia storica con i vinti della Resistenza al nazi-fascismo traspare in filigrana nella narrativa di Alianello.

Trent’anni dopo, sempre per l’editore Rusconi, La Conquista del Sud viene pubblicato in aperta polemica con gli abusi di memoria della nazione italiana che, secondo l’autore, commemora i massacri avvenuti durante l’occupazione nazista ma lascia cadere nell’oblio quelli perpetrati durante l’Unificazione. Alianello combina il genere del saggio storico, costruito su una trama di citazioni tratte dall’archivio delle memorie filoborboniche, con la tecnica narrativa del romanzo, indugiando nelle descrizioni dettagliate di morte e sofferenza, di stupri, di cadaveri e corpi smembrati34 . Il grande affresco dell’orrore serve a suscitare la condanna morale di Garibaldi e degli invasori piemontesi che sarebbero stati responsabili di brutali massacri di civili, alla stregua dei nazisti. La narrativa storica di Alianello ha creato il “paesaggio della memoria”35 della conquista del Sud : Pontelandolfo e Casalduni, i paesi al confine tra Molise e Campania, che sarebbero stati rasi al suolo e avrebbero subito lo sterminio di migliaia di abitanti (14 agosto 1861) ; la fortezza di Fenestrelle in Piemonte, il “lager” dove 40 000 soldati borbonici sarebbero morti per gli stenti e i loro corpi sciolti nella calce viva36   – sono questi i “mnemotopi” o lieux des mémoire37  del popolo insorto a difendere la patria delle Due Sicilie. Il cameo della crudeltà dei piemontesi, destinato ad essere reiterato come “mnemotropo” della narrativa dei vinti meridionali, è la storia di un ragazzino accusato di aver rubato un paio di scarpe in dotazione all’esercito italiano e per questo fucilato senza pietà. Si tratta di un frammento della memoria familiare dello stesso Alianello, trasmesso dal suo bisnonno, che viene incastonato nel testo per rafforzare “la percezione di affidabilità"38  del testimone della “verità storica” : “Lo so di mio. Me lo narrò mio padre e mai ho potuto dimenticarlo. Non posso precisare né l’anno né la data esatta. Il fatto però è vero”39 . Nel 1980 la tragica storia viene rappresentata in una delle più strazianti scene40 di un altro sceneggiato televisivo trasmesso da Rai 1, L’eredità della priora, tratto dall’omonimo romanzo41 sul brigantaggio e le insorgenze anti-unitarie. La colonna sonora composta da Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò ed eseguita dal gruppo folk Musicanova include la famosa canzone Brigante se more, che per decenni ha rappresentato lo spirito anarchico del brigante, il “primitive rebel” del tutto lontano dall’idea di patriottica lealtà alla monarchia borbonica.

Allo scoccare dei centocinquanta rintocchi, Aprile spicca il salto dall’analogia piemontesi-nazisti al campo discorsivo del genocidio. La congiuntura era finalmente favorevole per perseguire il progetto pedagogico di diffondere la verità storica sulla conquista del Sud. Con il sensazionalistico saggio del 2016, Carnefici. Fu genocidio: centinaia di migliaia di italiani del Sud uccisi, incarcerati, deportati, torturati, derubati. Ecco le prove42 , il giornalista-scrittore rilancia la rivendicazione per il riconoscimento delle vittime dell’Unità d’Italia da parte dello Stato italiano.

Perché postmemoria?

Variazioni iconografiche del “genocidio dei meridionali” : Fenestrelle come Auschwitz, foto Facebook/gp@o.Briganti.o
Genocidio negato, © Carlo Ceresa, 2012

- Variazioni iconografiche del “genocidio dei meridionali” : Fenestrelle come Auschwitz, foto Facebook/gp@o.Briganti.o 

- Genocidio negato, © Carlo Ceresa, 2012.

Variazioni iconografiche del “genocidio dei meridionali”, Facebook/gp@Fratelli, Meridionali Uniti.

Variazioni iconografiche del “genocidio dei meridionali”.

Variazioni iconografiche Nazisti e piemontesi a confronto, foto Facebook@giuseppeserino

Variazioni iconografiche Nazisti e piemontesi a confronto.

L’affermazione di un nuovo regime di memoria culturale ha tratto forza simbolica dalla narrativa sulla volontà dello stato italiano di nascondere le prove del “genocidio”, secondo un preciso disegno di potere teso a impedire la trasmissione intergenerazionale della memoria e soggiogare la coscienza del popolo meridionale.

Tramite l’assunzione del termine postmemoria con tutta la sua “ambiguità teoretica”43 e le molte questioni sollevate dal tentativo di spiegare i meccanismi di trasmissione del trauma storico44 , intendo mettere in luce due aspetti centrali nella costruzione della memoria del “genocidio dei meridionali”. In primo luogo, la “esperienza traumatica” è del tutto svincolata dalla trasmissione a una generazione successiva ai testimoni-sopravvissuti e dalla stessa realtà storica di un genocidio : il trauma storico nasce dalla credenza acquisita di un occultamento e una cancellazione del passato, dalla percezione di scoprire un vuoto della memoria che necessita di essere colmato tramite un processo creativo di attivismo della postmemoria. La rabbia e il dolore per la scoperta della verità nascosta e le storie di conversione alla vera storia sono state la costante delle conversazioni dei miei Facebook-amici. Qualcuno ha perfino scritto sul biglietto da visita : “CONVERTITO alla ricerca appassionata della VERITÀ STORICA del RISORGIMENTO”.

In secondo luogo, dal momento che la verità di un passato dimenticato è perduta per sempre, la “verità” può essere “rivelata” solo attraverso le prove nascoste negli archivi e, quando anche queste sono perdute, il processo di “active remembering45 può selezionare gli oggetti di memoria appropriati per ricostruire la realtà del “genocidio”. L’estetica dell’archivio visuale dell’Olocausto, la retorica e la poetica del “genocidio paradigmatico” forgiano totalmente la costruzione dell’immaginario del “genocidio dei meridionali”, riuscendo in questo modo a colmare le lacune della memoria.

Le sei foto dei cadaveri dei briganti uccisi – un piccolo repertorio di atrocità già pubblicate nel 1969 da Aldo De Jaco46 – e le foto della collezione craniologica del museo Lombroso, riappropriate e rinominate come immagini delle reliquie dei patrioti del Regno delle Due Sicilie, sono continuamente riproposte nella comunità mediatizzata postmeridionalista : spesso accostate alle immagini dei corpi denutriti dei prigionieri dei lager nazisti, anche queste riappropriate ed esibite come prove fotografiche dei “lager dei Savoia” o anche solo come violento surrogato visuale dei documenti distrutti sul “genocidio dei meridionali”47 . Piuttosto che liquidare queste pratiche come dei falsi, bisogna considerarle parte del processo attivo di trasformazione dei meridionali in “testimoni adottivi”48 del proprio “genocidio”, che viene così percepito come l’unico vero “genocidio paradigmatico”. La manifestazione conseguente di questa rivalità mimetica nei confronti degli ebrei è ben illustrata dalla composizione anonima “Dialogo tra un ebreo morto e un napolitano morto”, condivisa su Facebook il 27 gennaio 2017. Ecco un breve estratto :

E.: Io sono morto a Dachau.

N.: Io sono morto a Fenestrelle.

E .: Io sono stato deportato in treno.

N.: Io sono stato deportato a piedi.

E.: Io sono stato ucciso perché ero me stesso, perché di religione ebraica.

N.: Anche io ero me stesso e molti di noi furono uccisi proprio perché eravamo cattolici.

E.: Io dopo lo sterminio ho avuto il mio Stato. 

N.: Io dopo lo sterminio sono divenuto una colonia.

E.: I miei eredi hanno il “Giorno della memoria”.

N.: I miei non hanno un giorno di pace e se per questo nemmeno la memoria.

L’attività di “past presencing49 tramite “il ritorno della conoscenza traumatica e delle esperienze incorporate”50 nell’ambiente performativo tecnologico della web communitas produce i “testimoni adottivi” del “genocidio” del popolo delle Due Sicilie, che si sente chiamato al dovere della testimonianza proprio come i sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti.

“La gloire sera, non pour le vainqueurs mais pour les vaincus...”

Muro della memoria
Gaeta 11 febbraio 2017, da destra Pino Aprile e Gennaro De Crescenzo
Gaeta 11 febbraio 2017, Pino Aprile depone il mattone della memoria di Casalduni

- Muro della memoria, www.reteduesicilie.it

Gaeta 11 febbraio 2017, da destra Pino Aprile e Gennaro De Crescenzo, foto Maria Teresa Milicia.

Gaeta 11 febbraio 2017, Pino Aprile depone il mattone della memoria di Casalduni, foto Maria Teresa Milicia.

Gaeta, febbraio 1861-2017. Francesco II di Borbone e la moglie Maria Sofia di Baviera, sono asserragliati nella città fortezza da mesi, nel disperato tentativo di difendere il Regno delle Due Sicilie, “le dernier refuge de l’indépendence de l’Italie méridionale51 . Il 13 febbraio il re firma la resa. Poco più di un mese dopo, il 17 marzo 1861, viene proclamata la nascita del Regno d’Italia sotto il governo della monarchia Sabauda.

Gaeta è sempre stata un luogo caro alla memoria dei vinti, tappa del pellegrinaggio di piccoli gruppi di tradizionalisti filoborbonici, riuniti intorno alla rivista napoletana L’Alfiere, fondata negli anni Sessanta dall’europarlamentare Silvio Vitale, politico di lungo corso del partito neofascista Movimento Sociale Italiano (MSI)52 .

Nel 1994, gli spalti della roccaforte accolgono un nuovo gruppo di “nostalgici”, appena riunitisi a Napoli nell’Associazione culturale neoborbonica. Il 7 settembre del 1993 si erano presentati sulla scena pubblica con una contro-manifestazione della ricorrenza dell’ingresso di Garibaldi a Napoli. I neoborbonici, a lungo trattati con derisoria sufficienza, hanno trasformato Gaeta in un lieux de mémoire riunendosi tutti gli anni il 13 febbraio per commemorare i “morti meridionali”, caduti in difesa del Regno delle Due Sicilie.

Nel 2017, durante il consueto raduno sulla rocca, nel piccolo spazio erboso antistante l’affaccio sul mare, vengono deposti i mattoni del “Muro della memoria”53 destinati a comporre il monumento permanente alla memoria di martiri ed eroi del Regno delle Due Sicilie. Ogni mattone reca inciso il nome di un paese o di una città che sarebbe stata luogo di stragi efferate. Tra gli altri, il mattone dedicato a Motta Santa Lucia, il “luogo di memoria del brigante Villella”, simbolo della battaglia dei movimenti neoborbonici per il riscatto del Sud.

Nell’anno del “Muro della memoria”, il presidente del movimento neoborbonico Gennaro De Crescenzo introduce l’importante annuncio che Aprile ha in serbo per i presenti : – “...perché è lui che ha inventato tutto questo”. Aprile :

Ognuno di noi ha scoperto che c’era una verità che non ci era stata detta e questo ci ha reso tutti responsabili, chi scrive scrivendo, chi canta cantando, chi organizza organizzando, chi facendo monumenti mattoni, chi raccontando insegnando educando i propri figli, ci ha dato quella responsabilità enorme che distingue gli onesti dai disonesti, chi sa deve consegnare la verità, quello che sa, agli altri. Per questo abbiamo bisogno anche [...] di segnacoli, di lapidi, monumenti, di croci per i nostri morti, e abbiamo bisogno anche di una data sul calendario, abbiamo bisogno di morti da ricordare, abbiamo bisogno di nomi in cui riconoscerci, del nostro Olimpo personale, identitario, di un popolo che è stato schiacciato [...] Mi è stata fatta una confidenza [...] Entro pochi giorni in sei regioni del Sud verrà presentata una mozione perché il 13 di febbraio diventi il Giorno della memoria del genocidio che è stato compiuto...voglio vedere se avranno il coraggio di bocciarla54 .

A partire dal 14 febbraio, la mozione per la “Istituzione di una Giornata della memoria atta a commemorare i meridionali morti in occasione dell’Unificazione italiana” viene presentata nei Consigli delle regioni del Sud – Abruzzo, Basilicata, Campania, Puglia e Sicilia – nel Consiglio comunale di Napoli, alla Camera e al Senato della Repubblica. Nel testo, pressoché identico, si indica il 13 febbraio come data della commemorazione delle vittime meridionali dell’Unità d’Italia e dei “relativi paesi rasi al suolo” ; si chiede, inoltre, di “avviare, in occasione della suddetta Giornata della memoria, tutte le iniziative di propria competenza al fine di promuovere convegni e eventi atti a rammentare i fatti in oggetto, coinvolgendo anche gli istituti scolastici di ogni ordine e grado”55 . I latori della mozione nei governi regionali e il senatore Sergio Puglia sono tutti del M5s. Alla Camera la prima firmataria della mozione è l’onorevole Nunzia De Girolamo di Forza Italia (Fi), insieme con un gruppo di parlamentari, sia del centrodestra che del Partito Democratico (Pd), tutti eletti nelle circoscrizioni del Sud56 . In Calabria, dove alle elezioni regionali del 2014 il M5s non ha raggiunto il quorum, la mozione è stata presentata solo nell’Unione dei comuni della Valle del Torbido, dal consigliere Pasquale Mesiti, eletto in una lista civica e membro dell’Associazione culturale Due Sicilie57 .

La guerra di storia e l’estate della memoria

Manifesto per la Giornata della memoria
Il senatore Puglia in raccoglimento davanti al monumento dei caduti a Casalduni, Casalduni 22 dicembre 2017

Manifesto per la Giornata della memoria, foto Facebook@AntonellaLaricchiaMovimento5Stelle.

Il senatore Puglia in raccoglimento davanti al monumento dei caduti a Casalduni, Casalduni 22 dicembre 2017, foto Facebook@pugliasergio.

Commento al voto del 4 marzo 2018

Commento al voto del 4 marzo 2018.

Il Consiglio regionale della Basilicata, guidato dal Pd, è il primo a discutere la mozione nella seduta del 28 febbraio. Gianni Perrino del M5s spiega : “Ci tengo a precisare che il 13 febbraio viene scelta come data simbolica proprio perché si tratta della giornata in cui terminò l’assedio di Gaeta, nel 1861”58 . Il 7 marzo, il Consiglio approva. In una chiosa finale, il proponente pentastellato avanza l’analogia tra l’annessione forzata del Regno delle Due Sicilie e “quello che sta avvenendo a livello di Unione europea, dove un’unificazione forzata, come quella ad esempio dell’eurozona, che in questo momento non si sta battendo con le baionette...”59 .

Intanto, in Campania, la mozione viene presentata sia al Consiglio regionale che al consiglio comunale di Napoli60 . Proprio a Napoli, dove il M5s era sicuro del sostegno del sindaco De Magistris – appoggiato, fra l’altro, dalla lista civica Mò! Unione Mediterranea, il partito nato nel 2012 sotto gli auspici di Aprile – la mozione incontra un ostacolo imprevisto. Nella stessa seduta consiliare del 20 marzo, si approva all’unanimità la revoca della cittadinanza onoraria al generale Enrico Cialdini (concessa dalla città di Napoli nel 1861), mentre sull’istituzione della Giornata della memoria si levano voci preoccupate sulle politiche culturali che “minano l’unità nazionale”. La mozione è così rinviata in Commissione cultura dove viene richiesto il parere di Renata De Lorenzo, presidente della Società napoletana di Storia Patria e di Marcella Marmo dell’Università Federico II. Il Consiglio comunale di Napoli è l’unico ad affrontare la controversia storica richiedendo il parere degli storici : il sindaco De Magistris e la maggioranza del Consiglio respingono la mozione.

 

La notizia rimane comunque ai margini dell’agenda mediatica nazionale, confinata nel multiverso digitale postmeridionalista61 . La “guerra di storia” scoppia solo dopo la diffusione della notizia dell’approvazione della mozione da parte della Regione Puglia il 4 luglio, con voto quasi unanime e con il plauso del governatore Michele Emiliano del Pd. Un atto scontato, dal momento che Aprile è consulente di Emiliano. Il sodalizio risale ai tempi dei controfesteggiamenti dell’Unità d’Italia, quando Emiliano era sindaco del comune di Bari62 . Il Dipartimento di Scienze Umanistiche (DISUM) dell’Università di Bari prende posizione contro la Giornata della memoria con una lettera indirizzata al Presidente Emiliano. Alessandro Leogrande apre il dibattito sui quotidiani con l’articolo “Neoborbonici a 5 stelle”63 . Per la prima volta, dopo anni di diffusione di massa del revisionismo antirisorgimentale, si registra una forte presa di posizione pubblica di tutte le associazioni di storici, istituti di ricerca e rappresentanti della società civile. Lea Durante, vicepresidente dell’International Gramsci society Italia, docente del DISUM, lancia una petizione sulla piattaforma Change.org, rivolta al Presidente della Regione Puglia64 . La reazione compatta di storici e intellettuali, da sempre impegnati sui temi del Mezzogiorno, sortisce effetti concreti sull’iter istituzionale della mozione : in Abruzzo e in Sicilia non verrà mai discussa ; in Basilicata una nuova mozione, presentata a fine agosto, chiede l’annullamento dell’approvazione del 7 marzo 2017 ; in Puglia, sebbene non ufficialmente rigettata, l’istituzione della Giornata della memoria rimane lettera morta65 . La mozione presentata alla Camera da Nunzia De Girolamo sfugge all’attenzione dei media : viene risucchiata nella spirale del silenzio, proprio come l’istituzione del Giorno della memoria nella piccola enclave neoborbonica dei Comuni della Valle del Torbido.

Questo non vuol dire affatto che la strategia degli imprenditori della memoria sia stata un fallimento. La collaudata retorica del complotto dei potenti per nascondere la verità storica si è rafforzata nell’arena dello scontro pubblico. La nuova leadership morale e intellettuale postmeridionalista, di cui Aprile è l’esponente più popolare e ricercato dai media, ha accresciuto la sua autorevolezza. Come sostiene Antonella Laricchia del M5s pugliese, “la grande rivoluzione che c’è stata con i libri di Pino Aprile, dal centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia in poi”66 è la rivelazione della “storia nascosta”. L’intervento appassionato del senatore pentastellato Puglia insiste sulla “congiura del silenzio” degli storici : “Se io fossi fuoco vorrei essere usato per illuminare il buio della caverna storiografica che ha messo un cappio alla gola di molte verità storiche taciute per paura istituzionale...”67 e più avanti prosegue con la lettura di un lungo stralcio di Terroni di Pino Aprile.

La novità della “estate della memoria” – così definita da De Crescenzo – sta nella fusione, in un unico orizzonte simbolico, della lotta contro la corruzione della casta dei politici, tema caro al M5s, con la lotta contro la “casta degli storici”, quei “padroni di cattedre” che da oltre 150 anni nascondono la verità sul “sangue del Sud”. Tutti gli interventi, da De Crescenzo, ai giornalisti e storici revisionisti vicini al movimento neoborbonico come Lino Patruno, ex direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, e Gigi Di Fiore – riecheggiano lo stesso concetto : gli accademici difendono l’idea padronale della storia, incarnano il servilismo della classe docente, in tutto simile agli “universitari che firmarono nel 1934 l’adesione al Partito fascista” 68 .

La piattaforma change.org è diventata l’arena dello scontro tra l’élite accademica e il “popolo”. La petizione della “accademica” Durante si è trasformata nel facile bersaglio della mobilitazione promossa da Domenico Iannantuoni. Da anni sulle barricate No Lombroso, esperto di petizioni online, l’ingegnere milanese di origini pugliesi ha lanciato una contro-petizione a favore della Giornata della memoria, mobilitando il network pentastellato-postmeridionalista69 . A ben vedere, 10 933 firme sono davvero poche per una petizione così importante, ma sempre di più delle 1 550 totalizzate da Durante70 . In ogni caso, più che sufficienti per sostenere le retoriche d’assalto degli attivisti mediatici della memoria. La consigliera Laricchia, tra i primi a firmare, commenta che “la storia di un popolo, e dunque il senso del suo domani, non può essere appannaggio di una scarna élite di presunti intellettuali ma bene comune dei cittadini che non temono, anzi auspicano, il confronto”71 .

Su YouTube l’appello a sostenere la petizione di Iannantuoni informa che un “piccolo gruppo di accademici” si è scagliato contro una giornata di dibattito libero e confronto democratico, di fatto una “censura della verità storica”72 . De Crescenzo insiste sullo stesso punto. A suo avviso, gli storici, ormai fuori dalla realtà, si illudono di detenere l’esclusiva sull’uso pubblico della storia :

Intanto quella accademica è stata, in sostanza, una posizione antistorica : con il web e grazie al lavoro volontario di tanti ricercatori e divulgatori non è più concepibile pensare di limitare ‘l’uso pubblico della storia’ essendo per fortuna passata l’epoca della storia controllata dagli storici ‘sabaudisti’ o magari dagli storici vicini ai regimi dittatoriali del secolo passato.73

Una protesta unanime si è levata anche contro l’uso dell’etichetta “nostalgia borbonica” per travisare il progetto di un movimento che guarda al futuro. In breve, la derisoria arroganza verso il “folklore neoborbonico”, non fa più presa.

La delegittimizzazione degli “storici ufficiali” è proporzionale al crescente consenso dei leader carismatici che, oltre alla presenza costante sul web, usufruiscono di una rete territoriale di marketing della controstoria risorgimentale garantita dal prestigio mediatico, ovvero dal “capitale mediale”74 . Sulla pagina Facebook Terroni, snodo di condivisioni quotidiane sul complotto accademico ai danni del Sud, i followers si uniscono alla strategia diffamatoria pianificata dai leader contro i nemici interni, quei “professori, meglio se ‘nativi’, premiati con cattedre” per parlare male del Sud. Sebbene molto lontane dall’enfasi sabaudista e risorgimentista, le argomentazioni della nuova storiografia sul Mezzogiorno, che gli “accademici nativi” tentano di rilanciare, non riescono a entrare nel circuito della replicazione virale75 .

Gli imprenditori del Giorno della memoria, in realtà, non sono interessati alla disputa storiografica : hanno ingaggiato una vera e propria guerra per la conquista del potere simbolico di rappresentare il Sud e la sua storia.

Quistione Meridionale : da sinistra, da destra, rotolando verso Sud

Durante la ricerca nel gruppo Facebook No Lombroso ho stretto amicizia virtuale con attivisti di orientamento politico sia di destra che di sinistra, comunque disponibili a minimizzare le differenze divisive per unirsi nella mobilitazione identitaria per il Sud. Lo spostamento di forze opposte verso un fronte comune di lotta ha permesso di recuperare le eredità dimenticate di due leader locali Nicola Zitara (1927-2010) ed Angelo Manna (1935-2001) che negli stessi anni avevano perseguito senza successo progetti paralleli, molto distanti fra loro, di autonomia politica del Sud. Il breve detour nelle ultime decadi del secolo scorso punta lo sguardo su alcuni eventi che hanno influenzato la vita politica di queste figure eccentriche del meridionalismo, fino alla svolta che ha reso possibile la loro assunzione odierna nella linea genealogica dei movimenti postmeridionalisti.

Il 14 luglio 1970 a Reggio Calabria scoppia la rivolta contro la decisione di spostare a Catanzaro il capoluogo della regione, appena istituita dopo il referendum costituzionale del 7 giugno che sanciva la nascita delle Regioni a Statuto ordinario. Solo nel febbraio del 1971 la situazione ritorna alla normalità, con un pesante bilancio di 5 morti, oltre 2 000 feriti e 800 arresti76 . La rivolta, nota per lo slogan “Boia chi molla”, sostenuta anche dai leader locali del Msi, partito assai forte nella città dello stretto, è bollata come reazionaria e fascista. Luigi Lombardi Satriani, antropologo, e Nicola Zitara (1927-2010), militante socialista, si mobilitano per elaborare una nuova prospettiva meridionalista, in risposta a quelle forze di sinistra che con la “vernice antifascista” avevano di fatto legittimato “l’azione repressiva dello stato borghese contro le masse meridionali”77 . Entrambi calabresi, “intellettuali organici”, meridionalisti militanti, Zitara e Lombardi Satriani facevano parte, fin dal 1967, del Circolo culturale Gaetano Salvemini di Vibo Valentia, fondato da Francesco Tassone nel 1964, insieme con la rivista Quaderni Calabresi e la casa editrice Qualecultura. Il circolo culturale ha rappresentato in quegli anni una delle espressioni più vivaci dell’impegno politico del meridionalismo marxista. L’antropologo avrebbe lavorato sul campo per far emergere “il discorso rivoluzionario tenendo conto della specificità culturale e politica del Mezzogiorno”78 . Zitara era interessato ad approfondire sul piano teorico le cause strutturali del sottosviluppo. Le due ricerche sarebbero confluite in uno stesso volume. Nel 1971 uscirono due saggi separati, addirittura con due diverse case editrici79 . Che cosa era accaduto ? “Il gruppo di Quaderni Calabresi era antagonista non secessionista [...] mentre invece Zitara diventava sempre più estremista, fino a diventare secessionista. Le sue riflessioni presero una direzione radicale, la iattura maggiore era l’Unità d’Italia e il suo saggio esprimeva questa posizione”, racconta Lombardi Satriani80 .

Nel saggio L’Unità d’Italia, Zitara spinge la critica radicale allo Stato italiano fino a un punto di non ritorno. L’intellettuale calabrese si convince in quegli anni che gli interessi della classe lavoratrice del Nord erano stati e continuavano ad essere divergenti da quelli del Sud81 . Spezzata l’unità della lotta di classe, Nord e Sud emergono come due popoli e due nazioni separate, l’una dominante, l’altra sfruttata.

La rottura di Zitara con l’ortodossia della prassi rivoluzionaria suscitò un aspro dibattito all’interno del comitato editoriale di Qualecultura, fino alla sofferta decisione finale di non pubblicare il libro. Come suggerisce il racconto di Lombardi Satriani, in questo “affaire editoriale” gli aspetti politici e personale divennero un grumo inestricabile con conseguenze importanti nelle scelte successive di Zitara, fino all’assimilazione delle sue posizioni al postmeridionalismo del terzo millennio.

Nel 1980 Zitara and Tassone fondano il Movimento Meridionale (Mm), una piattaforma di partito per l’autonomia del Sud82 , che si proponeva di mobilitare il malcontento dei meridionali e di rispondere all’arroganza dei movimenti secessionisti Liga Veneta e Lega Lombarda, già in forte ascesa, che sarebbero entrati in parlamento nel 1987, lanciando invettive razziste contro i meridionali. Mentre alle elezioni politiche del 1992 la Lega Nord riusciva a riunire in un solo partito tutti i movimenti del Nord, ottenendo una vittoria schiacciante con 55 seggi alla Camera, il progetto autonomista del Sud fallisce definitivamente83 .

Quando nel 1994 pubblica a proprie spese il romanzo autobiografico, Memorie di quand’ero italiano, Zitara ha perso ogni speranza di riuscire a cambiare il Sud con le politiche della sinistra all’interno del contesto unitario e con il sistema di partito radicato nella lotta di classe. Se le masse popolari non hanno mai seguito le élite rivoluzionarie, schierandosi dalla parte dei Borbone e dei briganti nel 1799 come nel 1860, è giunto il momento di guardare avanti – dichiara nelle ultime pagine del romanzo – “Anche a costo di infiocchettarmi con i gigli dei Borbone e d’andare sottobraccio con Carmine Crocco”84 . In effetti Zitara non ha cambiato il suo pensiero politico : ha scelto di adottare una tattica mimetica, convinto che la riscoperta identitaria del passato borbonico potesse essere riassorbita e diretta dalla strategia del separatismo rivoluzionario per la futura liberazione del Sud85 .

Il 4 marzo del 1991 Angelo Manna, deputato napoletano del Msi, chiede con un’interrogazione parlamentare che vengano aperti gli “archivi segreti” dello stato maggiore dell’esercito per portare alla luce la verità sull’Unità d’Italia, la vera storia della conquista del Sud. Il bersaglio principale era la Lega Nord, sempre pronta ad attaccare lo Stato italiano accusandolo di essere infiltrato dai politici meridionali “mafiosi e corrotti”, che drenano le risorse dell’operoso Nord per mantenere il loro potere clientelare. “Cornuti e mazziati! Noi eravamo il regno più ricco prima dell’Unità d’Italia”86 : Manna si ribella a questa ingiustizia della storia ai danni del Sud. L’eccentrico personaggio politico decide di fondare un suo partito, il Fronte del Sud, che partecipa alle elezioni comunali a Napoli 1992 e alle politiche dello stesso anno con la lista Lega delle Leghe. Anche il progetto autonomista-identitario di Manna non trova riscontro elettorale, ma la forza del suo discorso programmatico “Noi portiamo ancora il marchio dei vinti sulla nostra carne”87 , convince il giovane simpatizzante Gennaro De Crescenzo a intraprendere, prima di tutto, la battaglia culturale per ristabilire la verità storica sul Regno borbonico : imperativo morale e azione indispensabile per la formazione di una coscienza politica al Sud. L’Associazione culturale neoborbonica nasce nel 1993 con il preciso progetto di mobilitare le coscienze, adottando da subito strategie comunicative di grande impatto e visibilità pubblica. La prima manifestazione per controcelebrare l’ingresso di Garibaldi a Napoli nel 1993 fu il battesimo pubblico dell’Associazione, grazie anche alla collaborazione di Riccardo Pazzaglia, sceneggiatore, scrittore, personaggio versatile e ironico, assai popolare88 .

Nascita del Movimento neoborbonico, Napoli 7 settembre 1993, da sinistra Riccardo Pazzaglia e Gennaro De Crescenzo
Ventennale della nascita del Movimento neoborbonico, Napoli 26 ottobre 2013, da destra SAR Carlo di Borbone, Pino Aprile, Gerardo de Crescenzo
La famiglia reale ai festeggiamenti del 25° anniversario del Movimento neoborbonico, Napoli 3 novembre 2018

- Nascita del Movimento neoborbonico, Napoli 7 settembre 1993, da sinistra Riccardo Pazzaglia e Gennaro De Crescenzo, foto © Il Mattino.

- Ventennale della nascita del Movimento neoborbonico, Napoli 26 ottobre 2013, da destra SAR Carlo di Borbone, Pino Aprile, Gerardo de Crescenzo, foto © Caserta Focus.

- La famiglia reale ai festeggiamenti del 25° anniversario del Movimento neoborbonico, Napoli 3 novembre 2018, foto facebook/gp@Movimento Neoborbonico.

L’efficacia della battaglia culturale intrapresa dai neoborbonici ha potuto contare, inoltre, sulla carica simbolica dell’alleanza con il principe Carlo di Borbone, uno dei possibili eredi al trono del Regno delle Due Sicilie, presente al raduno del 13 febbraio 1994 a Gaeta. Il movimento neoborbonico ha molto contribuito alla riabilitazione dell’immagine della Real Casa, grazie all’organizzazione territoriale costantemente impegnata a riscrivere la storia con le azioni cerimoniali e le controcelebrazioni, sempre pronta a cogliere le occasioni di visibilità mediatica. Lo conferma la presenza di Carlo di Borbone ai festeggiamenti nel 2013 del ventennale della fondazione dell’Associazione e, soprattutto, l’inserimento dei video dell’evento nel sito ufficiale della Real Casa89 . La rivalutazione pubblica della monarchia borbonica e la creazione del mito di un regno favoloso distrutto dall’Unificazione converge in una strategia più ampia di branding economico, politico e culturale che avviluppa in una rete, invisibile quanto tenace, marketing territoriale e sentimento identitario, produzione della località,  memory branding e sviluppo comunitario. L’inversione dello stigma della tirannide borbonica procede insieme all’inversione dello stigma del Sud brigantesco e arretrato. La campagna pubblicitaria del caffè Borbone, brand registrato nel 2006 da L’Aromatika s.r.l.90 , trae profitto dall’immagine “Re-almente buona” dei sovrani delle Due Sicilie e la trasfigurazione del brigante in eroe della resistenza offre risorse competitive per lo sviluppo dell’heritage tourism nei luoghi di memoria.

“Siamo noi la controstoria con i gigli alle bandiere”

Alla soglia del terzo millennio91 Zitara apre un avamposto meridionalista sul web, la rivista elettronica FORA, divenuta in seguito Elealm. Il programma della rivista invita alla mobilitazione e alla collaborazione chiunque voglia contribuire, senza nessun genere di censura ideologica o politica, a patto che si sia “meridionali”92 . Nel 2003 Alessandro Romano – discendente del sergente borbonico Pasquale Domenico Romano e divenuto “detentore specializzato”93 della memoria dei briganti-eroi – apre il sito della Rete di informazione del Regno delle Due Sicilie, notiziario telematico legittimista94 . Nel 2005 è la volta del sito del movimento neoborbonico e nel 2007 dei Comitati Due Sicilie, una costola del movimento, con sedi territoriali in molte città del Nord95 . Questa è la prima fase del popolamento del cyberspazio, la vera espansione arriva con la rivoluzione dei social media, il lancio della piattaforma YouTube, la diffusione dell’uso di Facebook, endemica in Italia a partire dal 2008. L’ambiente polimediatico rende disponibili i materiali per costruire l’architettura simbolica specifica di ciascuna forma di vita comunitaria su Facebook: come nota Daniel Miller, Facebook è ciò che i suoi utenti lo fanno diventare96 .

Costa del libro Terroni modificata da un Facebook-amico

Costa del libro Terroni modificata da un Facebook-amico.

La piattaforma YouTube continua a espandere l’archivio postmeridionalista che consente di selezionare in qualsiasi momento gli eventi del mondo, terrestri o televisivi – performance teatrali e musicali pubbliche o domestiche, raduni politici così come fiction, documentari, talk show – e li rende disponibili per la condivisione virale. A partire da marzo 2010, lo straordinario successo editoriale di Terroni ha trainato un’imponente operazione di marketing di prodotti di consumo culturale – dalle nuove produzioni musicali e teatrali al rilancio editoriale della saggistica amatoriale degli anni Novanta (con la prefazione di Aprile) – che incorporano le poetiche sociali in una vera e propria estetica del postmeridionalismo. Lo spettacolo teatrale Terroni, che si apre con il fragoroso boato del meteorite abbattutosi sulle Due Sicilie con l’Unificazione, replica con successo in tutta Italia da dicembre 2010.

Sempre in quell’anno fatidico, due ragazzi della Basilicata Valerio Rizzo e Nico Cimino aprono la pagina Facebook di Briganti, oggi con oltre 300 000 followers, una delle più seguite. Il ricco archivio di foto e video di Briganti documenta l’attività quotidiana di informazione sui fronti caldi delle proteste sociali al Sud97 . L’attribuzione dell’origine di tutti i mali alla “Malaunità” che ha consegnato il Sud allo sfruttamento del Nord integra Briganti nella comunità mediatizzata postmeridionalista.

Meme sullo sfruttamento del Sud

Meme sullo sfruttamento del Sud.

Lo stile propagandistico dello slogan è la cifra comunicativa semplice ed efficace che Briganti applica alla divulgazione del “pensiero meridionalista” dei teorici – più o meno grandi – di riferimento. Gramsci, Zitara, Manna e Aprile sono ridotti in citazioni-advertising, compressi in forma di meme per la condivisione virale sui social. Il flusso dei meme-detriti del “patri-archivio” meridionalista forma una nebulosa vorticante senza sosta nell’universo delle condivisioni online, materiale sempre disponibile per bricolage creativi. Anche Briganti è diventato un brand di successo : sulla piattaforma Briganti.info sono in vendita i prodotti a marchio Briganti, dai capi di abbigliamento alle tazzine da caffè, distribuiti anche nei negozi affiliati sul territorio delle Due Sicilie, alla collezione di immagini da tatuaggio98 .

Il progetto più sentito è dedicato, ancora una volta, alla rivelazione della verità storica : “l’Associazione Briganti, a completamento del Progetto Scuola, avviato già da un anno, ha redatto un libro di testo che analizza in modo critico il cosiddetto ‘Risorgimento’. Il volume è destinato agli alunni delle scuole secondarie di 1° e 2° grado, quale approfondimento ai testi scolastici già in uso”99 . Il manuale si rivolge agli “insegnanti-briganti”100 che intendono intraprendere il percorso rivoluzionario di decolonizzazione della società meridionale.

Conclusioni: “Chi conosce la vera storia non sarà mai più lo stesso”

La configurazione canonica del mito della “vera storia” è il collante profondo di questo variegato insieme di movimenti, la risorsa principale del potere simbolico che ha consolidato la nuova memoria culturale duosiciliana, che ha creato l’arena del conflitto per l’affermazione competitiva dell’egemonia di una nuova leadership (morale, intellettuale, politica) e che alimenta, grazie alla “mass self-communication” tecnologica, un sistema di redistribuzione delle risorse di produzione politica e culturale delle rappresentazioni identitarie.

La trasfigurazione mitica della narrazione storica libera le risorse simboliche per agire simultaneamente nel passato, nel presente e nel futuro101  : il mito della “vera storia” diviene un potente strumento diagnostico dell’origine del male del Mezzogiorno e un pluripotente schema di semplificazione cognitiva per risolvere finalmente l’insoluto dilemma del “perché il Sud è rimasto indietro”102 . Gli scambi quotidiani delle risorse simboliche su Facebook danno vita alla web communitas in cui agisce il potere performativo della reiterazione ritualizzata che assorbe i partecipanti “in unico evento fluido sincronico”103 . La focalizzazione dell’attenzione sul simbolo dominante della “vera storia”, che interconnette il memento quotidiano della violenza, dello sfruttamento e dell’inganno ai danni del Sud, spinge a riclassificare la propria esperienza sociale ed esistenziale. Il lavoro di presentificare e condividere la comune esperienza del trauma e della rivelazione della “verità” del genocidio, permette di assumere la condizione di vittima, di incorporare l’“esorbitante privilegio”104 che segna la conversione dell’esistenza del singolo all’esistenza collettiva della comunità di vittime/testimoni della conquista del Sud.

Il risarcimento delle vittime è percepito come un atto dovuto. Il complesso sacrificale della nuova memoria culturale del Sud costituisce uno sfondo simbolico importante per cogliere il senso delle rivendicazioni politiche ed economiche, almeno di una parte dei “meridionali”. La continua richiesta di sacrifici dal governo nazionale e dall’Europa per superare la grave crisi economica dell’ultimo decennio, sono percepite come l’eco fragoroso di quel “meteorite” che avrebbe cancellato le ricchezze del Regno delle Due Sicilie e continua a impedire la sua rinascita. La stessa relazione simbolica lega oggi l’Italia all’Europa : Italia-colonia, vittima sacrificale dei paesi del Nord Europa che soffocano la ripresa economica dell’Italia e non rinunciano a far pesare la loro “superiorità culturale” con la violenza degli stereotipi.

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Salvatore Vassallo, “Quelle curiose somiglianze nella nuova geografia del voto”. Si veda anche : Marco Valbruzzi, Rinaldo Vignati (a cura di), Il vicolo cieco. Le elezioni del 4 marzo 2018, Istituto Cattaneo, Bologna, Il Mulino, 2018.

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Onofrio Romano, “La nuova sedazione del Sud”, Italianieuropei, n° 2, 2018.

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La bozza di questo contributo risale a qualche mese prima delle elezioni. Desidero ringraziare Sabina Loriga e David Schreiber per avermi invitata a partecipare al seminario “Usages publics du passé” a gennaio 2018. Il confronto stimolante è stato prezioso per la concettualizzazione e la revisione di questo articolo. Ringrazio inoltre Gaetano Ciarcia per la lettura attenta e le critiche costruttive.

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Marianne Hirsch, The Generation of Postmemory. Writing and Visual Culture After the Holocaust, New York, Columbia University Press, 2012.

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Manuel Anselmi, “Populism and the Quality of Democracy. Italy and Venezuela in a comparative perspective”, Etnografia e Ricerca Qualitativa, n° 1, 2015, p. 48. Si veda anche : Ilvo Diamanti, Marc Lazar, Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie, Roma-Bari, Laterza, 2018.

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Nel 2011 ho iniziato la ricerca etnografica a Motta Santa Lucia, piccolo paese in provincia di Catanzaro. Il sindaco Amedeo Colacino, cofondatore con Domenico Iannantuoni del Comitato tecnico-scientifico No Lombroso, stava portando avanti la battaglia legale contro il Museo torinese per la repatriation del cranio del concittadino Giuseppe Villella, un povero ladro morto nel 1864 a Pavia, divenuto reperto scientifico della Collezione craniologica di Lombroso e oggi rinato patriota della resistenza duosiciliana.

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Vito Teti, La razza maledetta. Alle origini del pregiudizio antimeridionale, Roma, Manifestolibri, 1993. In una prospettiva aggiornata si vedano : Angelo Matteo Caglioti, “Race, Statistic and Italian Eugenics. Alfredo Niceforo’s Trajectory from Lombroso to Fascism (1876-1960)”, European History Quarterly, vol. 47, n° 3, 2017, p. 461-489 ; Gaia Giuliani, Race, Nation and Gender in Modern Italy. Intersectional Representation in Visual Culture, London, Palgrave Macmillan, 2018 ; Maria Teresa Milicia, “Colères, maladresses et races maudites. La naissance de l’antiracisme dans l’Italie postunitaire”, in A. Aramini, E. Bovo (a cura di), La Pensée de la race en Italie. Du romantisme au fascisme, Besançon, Presse Universitaires de Franche-Comté, 2018, p. 131-150.

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Mary Gibson, Nati per il crimine. Cesare Lombroso e le origini della criminologia biologica, Milano, Bruno Mondadori, 2008.

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10

Silvano Montaldo, “La fossa comune del Museo Lombroso e il ‘lager’ di Fenestrelle: il centocinquantenario dei neoborbonici”, Passato e Presente, vol. 87, 2012, p. 105-118.

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11

Marisa Ingrosso, “I briganti meridionali nella ‘fossa comune’ del museo Lombroso”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 2 novembre 2009.

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12

Sul caso della repatriation della collezione del Museo Lombroso : Maria Teresa Milicia, Lombroso e il brigante. Storia di un cranio conteso, Roma, Salerno editrice, 2014 ; Maria Teresa Milicia, “How Lombroso Museum Became a Permanent Conflict Zone”, in V. Golding, J. Walklate (a cura di), Museums and Communities. Diversity and Dialogue in an Age of Migration, Newcastle, Cambridge Scholar Press, 2018.

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13

Victor Turner, Il processo rituale. Struttura e antistruttura, Brescia, Morcelliana, 1972.

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Beppe Grillo, comico genovese, è stato cofondatore del M5s insieme a Gianroberto Casaleggio nel 2009. Si veda : Piergiorgio Corbetta (a cura di), M5s. Come cambia il partito di Grillo, Bologna, Il Mulino, 2017.

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15

I movimenti meridionali contro il museo Cesare Lombroso”, YouTube Beppe Grillo, 11 maggio 2010. Il M5s ha fornito il brand di riferimento per l’attivismo locale di molti gruppi e movimenti : Ilvo Diamanti, “The 5 Star Movement: a political laboratory”, Contemporary Italian Politics, vol. 6, n° 1, 2014, p. 4-15.

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16

Maria Pia Casalena, “Centocinquant’anni (e più) di discorsi antirisorgimentali”, in M. P. Casalena (a cura di), Antirisorgimento. Appropriazioni, critiche delegittimazioni, Bologna, Pendragon, 2013, p. 3.

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17

Si veda Lynda Dematteo, L’Idiotie en politique. Subversion et néo-populisme en Italie, Paris, Éditions de la Maison des Sciences de l’homme, 2007. Sul razzismo strategico della Lega Nord : Martina Avanza, “The Northern League and its ‘innocuous xenophobia’”, in A. Mammone, G. A. Veltri (a cura di), Italy Today. The Sic Man of Europe, London and New York, Routledge, 2010, p. 131-142.

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18

Martina Avanza, “Une histoire pour la Padanie. La Ligue du Nord et l’usage politique du passé”, Annales. Histoire Sciences Sociales, n° 1, 2003, p. 85-107.

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19

Eviatar Zerubavel, Mappe del tempo. Memoria collettiva e costruzione del passato, Bologna, Il Mulino, 2005, p. 148.

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20

“Crociati, legittimisti e politici”, scrive Enrico Francia in “Risorgimento conteso. Riflessioni su intransigenti, giornalisti (e storici)”, 900, n° 8-9, 2003, p. 147 ; vedi anche : Silvana Patriarca, “Unmaking the Nation? Uses and Abuses of Garibaldi in Contemporary Italy”, Modern Italy, 2010, vol. 15, n° 4, p. 467-483 ; Massimo Cattaneo, “Il Triennio repubblicano 1796-1799. Nuovi paradigmi e pseudorevisionismo”, in M. P. Casalena (a cura di), Antirisorgimento. Appropriazioni, critiche, delegittimazioni, Bologna, Pendragon, 2013, p. 69-86.

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21

Pierre Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, Bologna, Il Mulino, 1983, p. 333.

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22

Solo qualche titolo : Giordano Bruno Guerri, Il sangue del Sud. Antistoria del Risorgimento e del Brigantaggio, Milano, Mondadori, 2010 ; Gigi Di Fiore, Controstoria dell’Unità d’Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Milano, Rizzoli, 2007 ; il testo pionieristico del giornalista-scrittore Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Milano, Piemme, 1998 ; Lorenzo Del Boca, Savoia Boia! L’Italia unita come non ce l’hanno mai raccontata, Milano Piemme, 2011, con prefazione di Pino Aprile. Si veda anche : Paolo Mieli e Lorenzo Del BocaMieli : la verità sul Risorgimento. I parte”, Salone Internazionale del Libro, Torino, 2011, YouTube Maria Giovanna Ferrante, pubblicato 23 maggio 2011.

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23

Si vedano : Carmine Pinto, “Gli ultimi borbonici. Narrazioni e miti della nazione perduta duo-siciliana (1867-1911)”, Meridiana, vol. 88, n° 1, 2017, p. 61-82 ; Giuseppe Lupo, “L’Antirisorgimento nella narrativa italiana del Novecento”, in M. Casalena (a cura di), Antirisorgimento. Appropriazioni, critiche delegittimazioni, Bologna, Pendragon, 2013, p. 203-215 ; “Da Nord a Sud: Noi Credevamo di Mario Martone. Un forum con Francesco Benigno, Salvatore Lupo, Marcella Marmo ed Emiliano Morreale”, Meridiana, Centocinquantenario, vol. 69, nº 3, 2010, p. 145-170 ; Marcella Marmo, “Il grande brigantaggio nel cinema. Dalla prima alla seconda repubblica”, Storicamente, vol. 7, 2011.

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24

John Davis, “The South and the Risorgimento: Histories and Counter-histories”, Journal of Modern Italian Studies, vol. 19, n° 1, 2014, p. 54-55. Sulla nuova storiografia del Sud : Lucy Riall, “Which Road to the South ? Revisionists revisit the Mezzogiorno”, Journal of Modern Italian Studies, vol. 5, n° 1, 2000, p. 89-100 ; Enrico Dal Lago, “Rethinking the Bourbon Kingdom”, Modern Italy, vol. 6, n° 1, 2001, p. 69-78.

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25

Yochai Benkler, The Wealth of Networks, New Haven, Yale University Press, 2006, p. 219-220.

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26

La casa editrice Rusconi è stata espressione della cultura conservatrice di destra nell’Italia postfascista. Oggi, periodico di simpatie monarchico-cattoliche, è stato molto popolare fino agli anni Novanta, prima della competizione dell’intrattenimento televisivo : Mauro Forno, Informazione potere: storia del giornalismo italiano, Roma-Bari, Laterza, 2012, p. 183-184.

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27

Pino Aprile, Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali, Milano, Piemme, 2010.

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28

Terroni–intervista a Pino Aprile”, Il blog di Beppe Grillo, 24 aprile 2010 ; Il blog delle stelle, 24 aprile 2010.

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29

Pino Aprile, Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali, Milano, Piemme, 2010, p. 7.

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30

Carlo Alianello, La Conquista del Sud. Il Risorgimento nell’Italia meridionale, Milano, Rusconi editore, 1972.

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31

Carlo Alianello, L’Alfiere, Torino, Einaudi, 1943.

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32

De Antonellis Gianandrea, “Carlo Alianello”, n.d.

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34

Carlo Alianello, La Conquista del Sud, Napoli, Il Cerchio, 2010, p. 167-169.

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35

Jan Assmann, La Memoria culturale. Struttura, ricordo e identità politica nelle grandi civiltà antiche, Torino, Einaudi, 1997, p. 33-34.

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36

Alessandro Barbero, I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle, Roma-Bari, Laterza, 2012.

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37

Pierre Nora, “Entre mémoire et histoire. La problématique des lieux”, in P. Nora (a cura di) Les Lieux de Mémoire, Paris, Gallimard, 1997, p. 23-43.

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38

Michel de Certeau, La scrittura della storia, Milano, Jaka Book, 2006, p. 111.

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39

Carlo Alianello, La conquista del Sud, Napoli, Il Cerchio, 2010, p. 113-119.

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40

L’eredità della priora 7°episodio”, YouTube Associazione Culturale Vibrazioni Lucane, pubblicato 7 ottobre 2011, 37:56. Si veda: “Sceneggiati e fiction 1980-1982”, RAI Teche.

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41

Carlo Alianello, L’Eredità della priora, Milano, Feltrinelli, 1963. Il romanzo giunse tra i finalisti del “Premio Campiello” nel 1963, ma per una curiosa coincidenza il vincitore fu Primo Levi con La Tregua.

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42

Pino Aprile, Carnefici. Fu genocidio: centinaia di migliaia di italiani del Sud uccisi, incarcerati, deportati, torturati, derubati. Ecco le prove, Milano, Piemme, 2016.

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44

Sabina Loriga, “Du trauma historique”, Passés Futurs, n° 1, 2017.

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45

Aleida Assmann, “Canon and Archive”, in A. Erll, A. Nünning (a cura di), Cultural Memory Studies. An International and Interdisciplinary Handbook, Berlin, Walter de Gruyter, 2008, p. 97-98.

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46

Aldo De Jaco, Il brigantaggio meridionale. Cronaca inedita dell’Unità d’Italia, Roma, Editori Riuniti, 1969. Le foto sono tratte dall’archivio dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, “Fondi Speciali”, Album fotografico dei Briganti. L’altro archivio fotografico dei briganti è custodito al Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso”, si veda : Silvano Montaldo, Eleonor Chiari, “Human Skulls and Photographs of Dead Bandits : The Problem of Presenting a Ninenteen-Century Museum to Twenty-First-Century Audiences”, in E. Stylianou, T. Stylianou-Lambert (a cura di), Museums and Photography. Displaying Death, London-New York, Routledge, 2017, p. 150-163.

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47

A proposito del dibattito sul rischio di banalizzazione dell’Olocausto : Marianne Hirsch, The Generation of Postmemory, New York, Columbia University Press, 2012, p. 106.

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48

Marianne Hirsch, The Generation of Postmemory, New York, Columbia University Press, 2012, p. 6.

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49

Sharon Macdonald, “Precencing Europe’s Pasts”, in U. Kockel, M. N. Craith, J. Frykman (a cura di), A Companion to the Anthropology of Europe, Oxford, Wiley-Blackwell, 2012, p. 231-252.

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50

Marianne Hirsch, The Generation of Postmemory. Writing and Visual Culture After the Holocaust New York, Columbia University Press, 2012, p. 6.

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51

Charles Garnier, Journal du siège de Gaëte, Bruxelles, Société Belge de Librairie, 1861, p. 3.

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52

Nel 1992 Vitale ha organizzato il primo convegno tradizionalista nella “fedelissima città di Gaeta” : “Convegno tradizionalista di Gaeta-Silvio Vitale”, 13 febbraio 2005, YouTube Due Sicilie, pubblicato 7 settembre 2007. Si vedano : Fabrice Jesné, Simon Sarlin, “Italy : The Temptation of Revisionism”, Books & Ideas, 2 giugno 2012 ;  Michele Marzana, “‘Viva o’rre nuosto’. Attività e pensiero della controstoria neoborbonica”, Zapruder, n° 42, 2017, p. 55-72.

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53

Rete Due Sicilie, “Il muro della memoria”, gennaio 2017.

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54

Registrazione video mia 0007, Gaeta 11 febbraio 2017, 00.02.55-00.05.42.

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55

Il dossier online della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (SISSCO), creato nel luglio 2017 da Gian Luca Fruci (coordinatore) Antonio Bonatesta, Christopher Calefati, Antonella Fiorio, Paola Magnarelli, Federico Mazzini, Federico Palmieri, Carmine Pinto, contiene i testi delle varie mozioni e la rassegna stampa del dibattito.

Si veda: Silvano Montaldo (ed.), “La risacca neoborbonica. Origini, flussi e riflussi”, Passato e Presente, n° 105, 2018, p. 19-48.

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57

Delibera n° 30, 26 aprile 2017, “Istituzione di una giornata della memoria atta a commemorare i meridionali morti in occasione dell’unificazione italiana”, L’Associazione Culturale Due Sicilie è stata fondata nel 2000 da Nicola Zitara, uno dei padri del postmeridionalismo di cui mi occuperò più avanti.

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61

Pino Aprile, “Giorno della memoria”, post Facebook 8 aprile 2017 ; M5s Campania, “Martiri del Risorgimento”, post Facebook, 1 marzo 2017. Come si può notare dal Dossier SISSCO, fino a luglio la notizia non decolla.

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62

Michele Emiliano, Lino Patruno, Pino Aprile, Gennaro De Crescenzo, Eugenio Bennato, “Dalla parte dei briganti. Riflessioni sulla vera storia”, Teatro Niccolò Piccinni, Bari, 19 gennaio 2011, YouTube VideoAndria, pubblicato 1 Marzo 2011.

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63

Alessandro Leogrande, “Neoborbonici a cinque stelle”, Corriere del Mezzogiorno, 6 luglio 2017.

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64

Lea Durante, “Per un uso corretto della memoria e della storia”. Ringrazio Lea Durante per le informazioni.

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65

In Molise la mozione non è mai stata presentata.

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66

Antonella Laricchia, Seduta consiliare, “Resoconto stenografico”, Bari, 4 luglio 2017, p. 81.

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67

Sergio Puglia, “Discorso sui martiri meridionali dimenticati del Risorgimento”, 28 febbraio 2017, YouTube Senato cinque stelle, pubblicato 1 marzo 2017.

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73

Gennaro De Crescenzo, “L’estate della memoria”, post Facebook Domenico Iannantuoni, 2 ottobre 2017.

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74

Nick Couldry, Sociologia dei nuovi media. Teoria sociale e pratiche mediali digitali, Milano-Torino, Pearson, 2015, p. 182.

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75

Renata De Lorenzo, “Editoriale”, Società Italiana per la Storia dell’Età Moderna, 27 luglio 2017 ; Saverio Russo, “Giorno della memoria neoborbonica. Partiti ormai senza più saperi”, Corriere del Mezzogiorno, 25 luglio 2017 ; Gian Luca Fruci, Carmine Pinto, “Borbonismo e sudismo”, La Rivista. Il Mulino, 30 agosto 2017.

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76

Fabio Cuzzola, Reggio 1970. Storie e memorie della rivolta, Roma, Donzelli, 2007. La soluzione politica alle cause della rivolta, il cosiddetto “pacchetto Colombo”, prevedeva la costruzione, mai realizzata, del V Centro Siderurgico a Gioia Tauro, con la promessa di decine di migliaia di posti di lavoro.

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77

Luigi M. Lombardi Satriani, Rivolta e strumentalizzazione. Il caso di Reggio Calabria, Milano, Franco Angeli, 1979, p. 167-168 (prima edizione : Reggio Calabria. Rivolta e strumentalizzazione, Vibo Valentia, Qualecultura, 1971).

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78

Luigi M. Lombardi Satriani, Rivolta e strumentalizzazione. Il caso di Reggio Calabria, Milano, Franco Angeli, 1979, p. 78-79.

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79

Luigi M. Lombardi Satriani, Reggio Calabria. Rivolta e strumentalizzazione, Vibo Valentia, Qualecultura, 1971 ; Nicola Zitara, L’Unità d’Italia. Nascita di una colonia, Milano, Jaka Book, 1971.

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80

Intervista mia, 20 dicembre 2017.

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81

Nicola Zitara, L’Unità d’Italia. Nascita di una colonia, Milano, Jaka Book, 2010 [1971], p. 20.

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83

Il Mm raggiunse lo 0.02 %, 8 700 voti in tutta l’Italia.

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84

Nicola Zitara, Memorie di quand’ero italiano, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2013, p. 441. Carmine Crocco è stato un famoso brigante di Rionero in Vulture (Basilicata).

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85

Nicola Zitara, “Nicola Zitara intervistato da Stefano Lo Passo”, YouTube Stefano LoP, pubblicato 17 luglio 2013.

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87

Angelo Manna, “Noi portiamo ancora il marchio dei vinti sulle nostre carni”, Napoli, 28 aprile 1992, YouTube MezzoTornese, pubblicato 24 dicembre 2011.

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88

Noto al grande pubblico per la sua partecipazione fissa agli show televisivi di Renzo Arbore : “Quelli della notte” (1985) e “Indietro Tutta” (1987-1988).

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90

Il marchio Borbone fu depositato nel 1996 dalla principessa Beatrice, sorella di Carlo.

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91

“Siamo noi la controstoria con i gigli alle bandiere” è un verso della canzone “Ezechia da Verona [Cesare Lombroso]” scritta da Mimmo Cavallo, Album: Quando saremo fratelli uniti, colonna sonora dello spettacolo teatrale Terroni di Pino Aprile, diretto e interpretato da Roberto D’Alessandro, YouTube jollybox1, pubblicato 5 agosto 2011.

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93

Jan Assmann, La Memoria culturale. Struttura, ricordo e identità politica nelle grandi civiltà antiche, Torino, Einaudi, 1997, p. 28.

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96

Daniel Miller, Tales from Facebook, Cambridge, Polity Press, 2011, p. 158-163.

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97

La protesta contro l’inquinamento dell’ILVA di Taranto, il movimento contro il traffico dei rifiuti tossici e la terra dei fuochi in Campania, il No TRIV contro le trivellazioni nel mediterraneo, il No TAP contro l’impianto di conduttura del gas sulla costa pugliese, la lotta contro l’inquinamento da petrolio in Basilicata. Tutti accomunati dallo slogan : “Si inquina al Sud si incassa al Nord”. Da una prospettiva etnografica : Enzo Alliegro, “Simboli e processi di costruzione simbolica. ‘La Terra dei Fuochi’ in Campania”, EtnoAntropologia, vol. 5, n° 2, 2017, p. 175-239.

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99

L’Altra storia. Analisi critica del Risorgimento. L’Unità d’Italia vista dalla parte dei “Briganti” (http://briganti.info/laltra-storia-libro/). L’elenco delle attività nelle scuole : http://briganti.info/progetto-scuola/. Dopo l’uscita di Terroni, le scuole sono diventate il vero terreno di scontro della guerra di storia, come riferiscono molti amici e collaboratori dalla Calabria e dalla Puglia.

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100

Briganti, “Sei un insegnante-brigante?”, post su Facebook 20 aprile 2016.

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101

Claude Lévi-Strauss, “The Structural Study of Myth”, The Journal of American Folklore, 1955, vol. 68, nº 270, p. 430.

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102

Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, Bologna, Il Mulino, 2013.

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103

Victor Turner, From Ritual to Theatre. The Human Seriousness of Play, PAJ Books, Massachusetts, MIT Press, 1982, p. 48.

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104

Paul Ricoeur, La Memoria, la storia, l’oblio, Milano, Cortina, 2003, p. 123.

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